Acate. “Lo sbarco americano a Macconi” di Gaetano Stornello. A cura di Giovanna Carbonaro

Redazione Due, Acate (Rg), 8 novembre 2017.-  “La storia è stata scritta dai vincitori”. Questa affermazione è veritiera. Basti pensare a Giulio Cesare, a Tacito e a tutti gli altri storici che hanno redatto le proprie opere secondo il volere di chi era al potere. Tuttavia la storia non è solo quella narrata dai vincitori. Vi è anche la storia dei “vinti”, di coloro che hanno subito la sconfitta o che hanno sopportato la conquista o l’invasione. Vi è quindi anche la loro storia, che sicuramente manca del tono encomiastico e pomposo dei primi, ma che tuttavia si mostra più ricca di dettagli veritieri e di particolari di vita quotidiana, dei quali non si trova alcuna traccia nei libri di storia. “Lo sbarco americano a Macconi di Gaetano Stornello” non si pone come un breve saggio storico, ma è un racconto che rievoca gli eventi del ’43 attraverso gli occhi di un “vinto”, che ripercorre le memorie di un anziano ottantenne, che da ragazzo ignaro e nolente, ha subito la storia e in un modo nell’altro ne ha fatto parte. Vorrei precisare che il racconto è scevro di giudizi politici. Non è né contro né a favore di nessuno. Oserei definirlo quasi un racconto oggettivo dei fatti che si sono svolti in un afoso luglio di più di settanta anni fa. Ci tengo inoltre a precisare che non essendo un’opera storica in senso stretto, è narrata con un linguaggio semplice, non vi è per nulla un linguaggio tecnico o bellico. Ho inoltre mantenuto la toponomastica ed alcune espressioni in vernacolo proprio per mantenere e serbare alcuni esempi di dialetto “viscarano”, che purtroppo noi giovani, a seguito di un’italianizzazione forzata (permettetemi l’espressione), stiamo perdendo. È, infine, un omaggio a mio nonno Gaetano ed è un modo per trasmettere ai posteri degli episodi di vita realmente accaduti nel lontano 1943.

Giovanna Carbonaro

Lo Sbarco Americano a Macconi di Gaetano Stornello

L’emozione è ancora immane. Le immagini sono nitide e ferme nella mia mente. Ricordare è doloroso ma necessario, per non dimenticare ciò che è stato. Mi chiamo Gaetano Stornello e ho ottantotto anni. Sono nato ad Acate, l’antico “Vischiri” nel 1928, da Luigi Stornello e Anna Baglieri. Sono passati esattamente settantatré anni dai quei fatti, eppure per me è come se fossero accaduti l’altro ieri. All’epoca ero solo un ragazzo, un “cagnulazzu” come mi definivano i vecchi del paese, tuttavia ero già stato provato dalla vita e dal lavoro. Frequentai fino alla terza elementare, dopodiché andai a lavorare con mio padre. Nonostante la giovane età, ero forte come un mulo e i lavori pesanti non mi spaventavano per nulla. Un giorno mio padre, Luigi Stornello, decise di fare il carrettiere e lavorare con il trasporto del legname. Così con non pochi sacrifici comprammo un bel carretto e un cavallo. La nostra quotidianità scorreva tranquilla, nonostante il duro lavoro, fino a quando non scoppiò la guerra. Allora fame e miseria si diffusero e le nostre vite cambiarono per sempre. Nel maggio del 1943, quando gli esiti della guerra erano incerti e i tedeschi, che avevano occupato anche la Sicilia, temevano un sbarco imminente del nemico, io e mio padre, in quanto “carrettieri” fummo costretti a lavorare per il comando militare fascista. Oltre a noi due, furono reclutati “u zi’” Michele La Rosa e Titta Frasca.  Il nostro compito era quello di trasportare le pietre delle case diroccate di contrada “Giummarata” (zona sita nell’allora proprietà del conte Lanza di Mazarino) fino alle cosiddetta zona “Campieri” all’entrata dei Macconi (l’odierna Marina di Acate) e alla riva del mare, dove erano dislocati i soldati italiani a protezione del litorale. Le pietre venivano utilizzate per costruire le piazzole (alte un metro e mezzo e larghe due), dove venivano posizionate le mitragliatrici dei nostri soldati, e le trincee. Esse furono costruite sia sui “macconi”, le tipiche dune di sabbia a ridosso della riva sia trecento metri indietro presso le “Case Taglierini”. Facevamo circa quattro – cinque viaggi al giorno per trasportare e scaricare il carico, dal lunedì al venerdì e il sabato tornavamo in paese. Mangiavamo con i soldati. Trascorrevano così le nostre giornate.  Prima di iniziare a lavorare per i soldati, chiesi a mio padre: “Ma pirchì amma a ghiri a carriari petra???”. Mio padre mi rispose: “Pirchì eni accusì”. Io non capii, ero ancora un adolescente, non sapevo che il rifiuto ci sarebbe costato la vita. Passarono così circa due mesi. All’inizio di luglio iniziò il fermento. Lo sbarco anglo – americano era ormai alle porte. Già da giugno erano iniziati i bombardamenti aeri dei punti strategici delle forze italo – tedesche. Inoltre le difese dei soldati italiani sulle coste erano esigue rispetto agli armamenti degli alleati.  Cosa mai avrebbero potuto fare per contrastare lo sbarco? Lo sbarco iniziò con il lancio dei paracadutisti alleati tra la notte dell’8 luglio e il 9 luglio del 1943 nell’entroterra delle coste siciliane. Nelle prime ore del mattino del 9 luglio i soldati americani riuscirono a sbarcare lungo il litorale di Gela e a Macconi. Vi fu il caos tra bombardamenti e colpi di mitragliatrice. Ricordo che verso l’una di notte il tenente comandò un soldato, credo si chiamasse Tanghetti, di andare a prendere due cassette di munizioni alle case a “Campieri”. Al buio partimmo, caricammo le munizioni, le portammo nelle postazioni sulla spiaggia e ritornammo nelle “Case Taglierini”. Lì abitavano “a zia” Maricchia a Casì e suo marito Don Fedele Di Geronimo. I coniugi invitarono me e mio padre a dormire da loro. “Venite qui da noi che siamo paesani” – ci disse “a zia” Maricchia. Fattasi mattina, “u zi Firilli” Di Geronimo innalzò una bandiera bianca fatta con una lunga canna, in segno di resa per quando fossero arrivati gli americani. Io, ancora mezzo addormentato, andai a vedere come stava “Nascaredda”, il nostro cavallo. Non lo trovai. Guardandomi in giro, in lontananza lo vidi insieme ad un uomo. Di colpo uscii da “u zappacani” (un piccolo canale), dove ci eravamo rifugiati per scampare ai colpi di mitragliatrice e ai bombardamenti. Avvicinatomi, scorsi che era mio padre. Arrabbiato gli dissi: “Bravo!!! Ti ni stai iennu senza ri nuddu!!! Se a mamma ti viri arrivari sulu pensa ca ni mazzaru a niavitri”. Così io e mio padre decidemmo di ritornare in paese. Per scampare ai bombardamenti terrestri e aerei, decidemmo di risalire il fiume “Diriddu” (l’odierno Dirillo). La mattina dopo arrivammo al “Santissimo” (zona sita nella valle dell’ Acate),  dove aveva la campagna mio nonno Pietro Baglieri. Lì trovammo mio nonno, mia nonna Angela Guardabasso, mia mamma Anna Baglieri e i miei fratelli Lina e Giuseppe. Come vidi mia madre, felice, le corsi incontro senza accorgermene che dietro di lei c’erano due soldati americani con le mitragliatrici. Erano due paracadutisti che dovevano raggiungere Gela. Avrebbero potuto spararmi, ma grazie a Dio videro che ero solo un ragazzo e mi risparmiarono. Mia nonna Angela, donna di buon cuore, con un forchettone prese un bel pezzo di tacchino e glielo porse. I due giovani all’inizio rifiutarono. Mia nonna allora per fargli capire che non era avvelenato, gli diede un bel morso. Allora i due presero il pezzo, lo divisero e con gusto lo assaporarono. Per ringraziare mia nonna e, vedendo mia mamma gravida (aspettava mia sorella Rosa), i due americani le regalarono due tavolette di cioccolato fondente. “Take it… Prendi donna…”. Mia mamma in un primo momento le accettò, ma temendo che fossero avvelenate, dopo che i due soldati se ne furono andati, le nascose. Io e mia sorella Lina li trovammo e li divorammo. Il cioccolato era buonissimo. Tuttavia, prima che calasse la notte, non avendo posto per dormire al “Santissimo”, ci dirigemmo verso la casa dei Manusia. Era venti metri quadrati. Vi eravamo stipati in cinque famiglie. Ma poco importava. Bastava avere un tetto in testa. La mattina dopo, dal paese giunse la notizia che tutti i “viscarani” stavano andando “o’ palazzo do Principi” (al castello di Biscari). Mio padre curioso, insieme ad un certo Licitra, decise di rientrare in paese. Mentre stavano risalendo “a Costa Jatta”, sentirono colpì di mitraglietta.  Un paracadutista americano aveva sparato al braccio di Don Arturo Lelli. Licitra visto il sangue rimase immobile. Mio padre, invece, in un atto di coraggi, si caricò sulle spalle il concittadino ferito, che dissanguava e, nonostante il pericolo, lo portò dai suoi parenti, che si trovavano nella località detta “a Funtanedda”, di proprietà dei Baglio.  Consegnato alla famiglia Don Arturo, mio padre si recò al castello, dove tutta la popolazione acatese si era riunita. Pensò allora di portare anche noi al castello. Così ritornò al “Santissimo” per venirci a prendere. Durante il tragitto pensai bene di non andare subito al castello, ma di andare a posare Nascaredda nella stalla, che si trovava in via Nazario Sauro. Ad un tratto sentii colpi di fucili. Mi affacciai da un angolo di una strada e vidi due americani morti. Mi spaventai a morte e iniziai a correre in direzione del castello. Durante il tragitto, il paese fu sorvolato da un aereo che mitragliava e all’angolo tra via Roma e via Umberto, l’angolo di Donna Marietta “a quartarara” vidi un soldato americano che si teneva lo stomaco, poiché aveva le interiora totalmente fuoriuscite. Mi spaventai ancora di più e corsi più che potevo. Arrivato al castello, vidi che gli americani ordinarono a tutti gli uomini di recarsi presso la Chiesa Madre. Il terrore si diffuse tra donne e anziani, pensando che il nemico avesse in mente di fucilarli. In realtà “i ‘miricani” chiesero informazioni sui tedeschi, che nel frattempo avevano lasciato il paese. La loro fuga era stata così repentina, che in contrada Baucino (all’uscita di Acate per andare a Ragusa), avevano lasciato un accampamento con ogni bene (armi, vestiario, stivali di cuoio, cibo, vettovaglie varie). Ricordo che, calmatesi le acque, io e qualche amico ci andammo per reperire il tabacco. Finito l’interrogatorio, gli uomini ritornarono al castello. Fu allora che una cannonata proveniente da Santo Pietro, sfiorò il maniero, provocando un gran boato, che ci spaventò a morte e che ci fece scappare tutti fuori, temendo che il castello crollasse. Mio padre pensò allora: “Moriri ppi moriri, iemmu a moriri intra ri niavitri”. Così ritornammo a casa nostra in via Roma, che all’epoca si chiamava via Porta Pia. Così finisce il racconto dei giorni dello sbarco americano. Perché è importante ricordare sempre, dimenticare mai.(Nella foto: Gaetano Stornello).

 

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