15 Giugno 2021

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Vittoria. Violenza risse e rimedi. Il parere del pedagogista Giuseppe Raffa.

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Vittoria. 31 maggio 2021
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

L’atto vandalico perpetrato in danno dei murales della Fontana della Pace, uno dei luoghi più in vista di Vittoria, è solo l’ultima ondata della sporca, nera marea di violenza cinica, nichilista e apparentemente immotivata che ha preso ad ingrossarsi prima della pandemia e che durante l’emergenza sanitaria ha rotto gli argini e coperto di fango una intera comunità. Da pedagogista sento il dovere di dire la mia e spingermi ben oltre le condanne di rito e le mancate risposte alle domande che mi sono posto e che continuo a pormi di fronte alla grave, epocale recrudescenza della violenza. Chi sono i soggetti che hanno imbrattato i murales della Fontana della Pace? Sono gli stessi che la una settimana addietro hanno preso di mira una scuola? Perché attaccano i luoghi degli adulti? E’ vero che i vandali di cui sopra hanno come fine quello di “creare un clima di violenza e di contrapposizione con le istituzioni locali”, così come scrivono nella solita nota di condanna i commissari prefettizi? Intanto, comincio col dire che si tratta di un fenomeno non nuovo, che oggi, semmai, ha solo tolto i freni e si è messo a correre. Non si tratta di una emergenza di ordine pubblico, né di fenomeno determinato dalla carenza degli organici di polizia. E’ statisticamente dimostrato che nè il potenziamento degli uomini delle forze dell’ordine, né, tanto meno, la istallazione delle telecamere di sorveglianza rappresentino degli efficaci deterrenti in grado di azzerare furti, atti vandalici, omicidi e risse. Già, le risse, altro fenomeno in crescita, specie tra i giovani. Ma andiamo con ordine. Dietro le azioni vandaliche alle scuole, ai murales della fontana della pace, verso le facciate di semplici abitazioni private, non c’è una regia comune, come pensano alcuni. Piuttosto io ci vedo un disagio comune, epocale, le cui avvisaglie si sono palesate prima della pandemia e che durante la emergenza sanitaria sono debordate negli atti e nei comportamenti oggetto di questa mia nota. Chi sono e perché agiscono in questo modo? Sono giovani senza famiglie, soli, allo sbando. E deviati. Quelli che firmano i cosiddetti comportamenti alloplastici, cioè di violenza autodiretta, gli stessi di cui si sta parlando. Perché lo fanno? Trattasi di “protesta” verso le stanze dei bottoni, nei riguardi degli adulti rei di ignorarli. “Protesta” ovviamente sbagliata. Giovani, anzi di giovanissimi senza padri e madri, dunque privi dei principi di responsabilità e di giustizia. Ragazzini che non vanno a scuola, annoiati, nullafacenti, che spesso si riuniscono in gang, in baby gang per la precisione. Non mancano quelli più grandi, tutti sono arrabbiati, soli e frustrati. Vagano per la città, attaccano i luoghi pubblici con il duplice scopo di sfogare la rabbia e dare un segno forte della loro esistenza. Una specie di grido di Munch, un modo per esternare la sofferenza e i disagi maturati in mesi, anni di abbandono. Molti di loro sogliono riunirsi in quelle stesse micro gang che ho segnalato pubblicamente nei miei interventi social senza che nessuno abbia mai mosso un solo dito per fare qualcosa. Perché si ritrovano nei gruppi devianti? Perché nelle bande trovano quello che gli adulti di riferimento gli hanno negato, ovvero esclusività, inclusione e riconoscimento. Attenzione, non tutta la nuova violenza giovanile si è strutturata nelle gang. Ci sono anche piccoli eserciti di giovani e di giovanissimi che nulla hanno a che fare con le bande. Sono i figli di famiglie comuni, normali, quelle dove mai, in passato, hanno fatto capolino disagio, ristrettezze economiche e culturali. Nuclei con genitori normali, insomma, ma che però hanno abbandonato i figli, si sono rifiutati di educarli. Un’altra sofferenza, diciamo parallela alla prima, che questi ragazzi esternano bevendo, consumando droghe, o mettendo in atto atteggiamenti di violenza verbale e fisica verso coetanei ed adulti. Imparano dalla strada e dai pari età allo sbando, si chiama imprinting educativo, o società “orizzontale”, come la definisce Luigi Zoja, dove si apprende dalla strada, dai coetanei e non più dagli adulti. Comportamenti ed atteggiamenti che non ti aspetti dai figli di certa “Vittoria bene”, eppure succede, sta succedendo. Perché il “banco” educativo è saltato. E la nuova violenza adolescenziale si è trasformata in un fenomeno trasversale, che coinvolge anche i rampolli di famiglie di buona estrazione sociale e culturale. Colpa di quei genitori che hanno dismesso di educare i figli rinunciando del tutto al loro ruolo di padri e di madri. Risultato, i giovani delle famiglie bene e di quelle meno bene vagano a braccetto senza punti di riferimento, vivono immersi in un presente infinito e paludoso, dove del domani non c’è’ certezza e dove tutto è possibile, anche picchiare per noia coetanei e adulti, vandalizzare scuole e luoghi pubblici, infrangere regole e norme senza colpo ferire. Anzi, attaccare i luoghi dell’adulto è un specie di atto simbolico: prendersela con i grandi vuol dire anche e soprattutto protestare per l’assenza del padre. Accade a Vittoria, succede in tutta Italia. Ecco perchè assieme al potenziamento degli organici di polizia occorrerebbe parlare di interventi educativi e pedagogici immediati ed urgenti. Per i ragazzi, certo. Abbiamo l’obbligo, anzi l’imperativo categorico di recuperare le migliaia di loro che si stanno perdendo, ma subito dopo bisogna andare oltre. Ovvero risalire a monte, cioè alle famiglie. Che vanno rieducate, formate, aiutate. Serve un piano Marshall educativo. Che punti a rimettere il padre al centro del villaggio educativo, nel cuore della famiglia. Necessaria la collaborazione delle scuole e delle altre agenzie educative di riferimento. Un progetto importante, serio e concreto, da attuare subito. Il tempo delle parole e delle condanne di rito è finito da un pezzo. Servono i fatti. C’è una intera generazione dal salvare. E un esercito di genitori da aiutare. Che si aspetta? Da pedagogista sono pronto a spendermi gratuitamente per i ragazzi e le famiglie di una comunità, la mia, che soffre di una crisi educativa e culturale mai vista prima d’ora. Io aspetto, chi mi segue?
Dr. Giuseppe Raffa pedagogista

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