Ragusa. 19.09.2026
Dalla carenza di medici alle Case di Comunità, dalle ingerenze della politica alla crescita della sanità privata. Il deputato regionale del Pd Nello Dipasquale ripercorre anni di scelte e omissioni: «È mancata una politica sanitaria capace di programmare. Indebolire il pubblico serve solo a rafforzare il privato».
Prima di Palermo c’è Ragusa. È qui che Emanuele “Nello” Dipasquale ha costruito la sua esperienza amministrativa, prima da sindaco, dal 2006 al 2012, e poi all’Assemblea regionale siciliana, dove oggi siede tra i banchi del Partito Democratico con il ruolo di questore.
La sanità siciliana, nel corso degli anni, l’ha osservata da prospettive diverse: amministratore locale, esponente della maggioranza e, successivamente, parlamentare di opposizione. Una lunga esperienza che, nella sua lettura, restituisce l’immagine di un sistema nel quale le difficoltà attuali sono il risultato di anni di programmazione insufficiente.
«La crisi della sanità siciliana nasce da un’assenza strutturale della politica siciliana per troppi anni», sostiene Dipasquale. Non una singola decisione, dunque, ma una mancanza di visione che avrebbe finito per indebolire progressivamente i servizi pubblici.
Il punto, secondo il deputato, è che alcune inefficienze diventano evidenti soltanto quando il cittadino si trova direttamente davanti al problema. «Quando arrivi davanti al pronto soccorso e ti ritrovi ad aspettare un giorno, quando devi fare una TAC, una risonanza magnetica o un’operazione importante e devi aspettare tempi inaccettabili, la cosa cambia».
Uno dei nodi centrali individuati da Dipasquale riguarda il personale sanitario. Per anni, sostiene, sarebbe mancata una strategia capace di programmare il reclutamento e soprattutto di rendere conveniente per i professionisti rimanere nel sistema pubblico.
«Quello che si sarebbe dovuto pianificare prima è impegnare le risorse finanziarie necessarie per recuperare medici, convincerli economicamente».
In questo ragionamento entra anche l’Autonomia siciliana. Dipasquale cita il modello del Trentino-Alto Adige e, in particolare, la situazione di Bolzano, dove i medici possono beneficiare di condizioni economiche differenti rispetto al resto del Paese.
«Noi avremmo potuto integrare le risorse nazionali messe a disposizione per la sanità e sviluppare una strategia regionale. Tutto questo non c’è stato».
Per il deputato, dunque, il problema non sarebbe soltanto la quantità di risorse disponibili, ma il modo in cui vengono utilizzate e soprattutto la capacità di costruire una programmazione di lungo periodo.
C’è poi un altro aspetto che Dipasquale considera decisivo: il rapporto tra politica e organizzazione sanitaria.
Per spiegare quello che considera un meccanismo distorto, ricorre a un esempio personale: «“Questo reparto non si tocca perché Nello Dipasquale è deputato, e lo difende perché è nella sua città”. È una visione miope. Questo è successo in tutta la Sicilia».
La conseguenza, nella sua ricostruzione, sarebbe una frammentazione dell’offerta ospedaliera. Non tutti gli ospedali, sostiene, possono svolgere le stesse funzioni.
«Non tutti possono fare chirurgia, non tutti possono erogare determinati tipi di prestazioni».
Il tema, quindi, è quello della specializzazione delle strutture e della programmazione territoriale. Per Dipasquale, difendere un reparto soltanto perché rappresenta un presidio politico o identitario del territorio rischia di prevalere sulla necessità di garantire servizi organizzati e qualificati.
La stessa interferenza, sostiene, può arrivare fino alla gestione del personale: «Se a questo aggiungiamo che è la politica che mi deve assegnare il caposala, che deve scegliere l’OSS del mio reparto…».
È una domanda che Dipasquale pone mettendosi idealmente nei panni di un professionista ospedaliero.
«Alla fine mi programmo gli interventi, ho il fine settimana libero, non ho l’emergenza e guadagno di più».
Secondo il deputato, è proprio questa combinazione di fattori a rendere difficile trattenere i professionisti nel sistema pubblico: retribuzioni giudicate insufficienti, carichi organizzativi, carenza di strumenti e condizioni di lavoro problematiche.
«Quando paghiamo male i medici, non gli diamo i presìdi necessari, rischiano aggressioni mentre lavorano, perché i medici devono rimanere nel pubblico?».
Da qui la sua idea di un confine più netto tra politica e gestione: «Il politico non deve fare il tecnico. Il politico deve avere la capacità di ascoltare i tecnici e poi trovare la sintesi».
Anche la riforma dell’assistenza territoriale, con la nascita delle Case di Comunità, viene letta attraverso il problema della disponibilità di personale.
«Senza medici, senza personale sanitario, le Case di Comunità rimangono aria fritta», afferma Dipasquale.
Il deputato richiama anche l’esperienza della pandemia. Durante il Covid, ricorda, furono finanziati e potenziati numerosi reparti di anestesia. Oggi, sostiene, alcuni di quei servizi non sarebbero più operativi per la mancanza di specialisti.
«Durante il Covid abbiamo finanziato tantissimi reparti di anestesia che oggi sono chiusi. Uno era a Vittoria, uno a Ragusa. Oggi non abbiamo neanche gli anestesisti per l’ordinaria amministrazione».
È un esempio che, nella sua ricostruzione, riassume il problema della programmazione: creare strutture o finanziare servizi non sarebbe sufficiente se non si riesce contemporaneamente a garantire il personale necessario per farli funzionare nel tempo.
È sul rapporto tra pubblico e privato che Dipasquale usa i toni più netti.
«La sanità privata non può sostituire la sanità pubblica. La sanità privata deve essere complementare».
Alla domanda se oggi esista il rischio di una progressiva sostituzione del pubblico con il privato, risponde senza esitazioni: «Certo! Oggi si sta facendo di tutto per sostituire la sanità pubblica».
Dipasquale attribuisce questa direzione politica al centrodestra: «È una cosa che, secondo me, sta proprio nelle corde del centrodestra e della destra. Indebolire la sanità pubblica serve solo a rafforzare la sanità privata».
È la parte più politica della sua analisi. Secondo il parlamentare, la crescita del privato non sarebbe soltanto il risultato delle difficoltà del sistema pubblico, ma anche di una precisa scelta di indirizzo.
Quando gli viene chiesto se si tratti di incapacità amministrativa o di una strategia, Dipasquale risponde: «No, è una strategia. Perché sono i gruppi di potere che sostengono il centrodestra».
Una lettura che accompagna però a una precisazione: «La sanità privata non la dobbiamo distruggere, è di qualità e va valorizzata come supporto esclusivamente complementare alla sanità pubblica».
Il punto, dunque, non sarebbe eliminare il privato, ma impedirgli di diventare sostitutivo del servizio
Nel ripercorrere la propria esperienza politica, Dipasquale non nasconde l’insoddisfazione.
«La stragrande maggioranza sono risultati incompleti», ammette, aggiungendo: «Non posso ritenermi soddisfatto dal punto di vista del risultato politico».
Una valutazione che collega anche al cambiamento dei rapporti tra maggioranza e opposizione.
«L’insoddisfazione dei risultati non è dovuta soltanto al fatto che sono all’opposizione. È cambiato il rapporto tra maggioranza e opposizione. In altri tempi, in tante cose, si trovava una sintesi. Oggi c’è un muro contro un muro».
(Fonte informazione: LIMEN – Autore: Vincenzo Sottosanti)

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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