Vittoria. 03.10.2026
La polemica esplosa a Vittoria intorno ai Fighting Horses di Arturo Di Modica rischia di trasformare una vicenda culturale in ciò che non dovrebbe diventare l’ennesimo terreno di scontro politico.
L’installazione monumentale in bronzo, alta otto metri e larga quattordici, è stata collocata a Catania, in piazza Università. L’opera richiama il linguaggio monumentale e dinamico dello scultore vittoriese, universalmente conosciuto per il Charging Bull di Wall Street.
E proprio perché Arturo Di Modica era nato a Vittoria e aveva immaginato per la propria città il progetto dei “cavalli selvaggi”, la scelta della famiglia di destinare l’opera a Catania ha inevitabilmente acceso un serrato dibattito.
Ma c’è un punto che dovrebbe essere messo al centro della discussione, a decidere la destinazione dell’opera sono stati i familiari e gli eredi dello scultore.
Di fronte a questa realtà, attribuire oggi all’amministrazione comunale di Vittoria, e, più in generale, a una qualsiasi amministrazione che si sia succeduta negli anni, la responsabilità di non aver “trattenuto” l’opera appare quantomeno forzato.
Un’amministrazione pubblica può dialogare, proporre, progettare, cercare interlocuzioni, individuare aree, predisporre percorsi amministrativi e urbanistici. Può manifestare interesse e mettere a disposizione strumenti e risorse. Non può però imporre a una famiglia la destinazione di un’opera d’arte che appartiene alla sfera privata.
È questo il dato concreto dal quale dovrebbe partire qualsiasi discussione seria.
Se nel corso degli anni ci sono stati contatti, interlocuzioni o tentativi di coinvolgere gli eredi nei progetti legati all’eredità artistica di Di Modica, questi vanno naturalmente ricostruiti e valutati per quello che effettivamente sono stati. Ma altra cosa è sostenere che un’amministrazione avrebbe potuto semplicemente impedire che l’opera venisse destinata altrove.
E non avrebbe potuto farlo un’amministrazione di centrodestra, di centrosinistra, civica o di qualsiasi altro orientamento politico.
Questo non significa, naturalmente, che Vittoria debba rinunciare a interrogarsi sul rapporto con il proprio figlio più illustre.
Al contrario.
La vicenda dei Fighting Horses dovrebbe forse spingere la città a interrogarsi su come costruire, per il futuro, un progetto culturale capace di valorizzare stabilmente la figura e l’opera di Arturo Di Modica.
Il tema vero, allora, non dovrebbe essere soltanto: perché i cavalli sono andati a Catania?
Dovrebbe essere, che cosa vuole fare Vittoria, oggi, dell’eredità di Arturo Di Modica? Una eredità culturale e sociale che non va dispersa.
Sono due questioni profondamente diverse.
La prima riguarda una decisione privata già assunta dalla famiglia dell’artista. La seconda riguarda invece una responsabilità pubblica che appartiene alla comunità e alla politica, indipendentemente dagli schieramenti.
Definire la destinazione dell’opera uno “schiaffo” all’amministrazione di Vittoria può essere una legittima espressione di amarezza politica o personale, ma se quella decisione è stata assunta dagli eredi, lo “schiaffo” presuppone una responsabilità che dovrebbe prima essere dimostrata, altrimenti si corre il rischio di attribuire alla politica un potere che, semplicemente, non ha.
E allora anche le accuse incrociate, le recriminazioni e le contrapposizioni tra amministratori presenti ed ex amministratori con elementi dell’opposizione, rischiano di produrre più rumore che sostanza.
Perché la domanda decisiva rimane una: quale amministrazione avrebbe avuto il potere di imporre agli eredi una scelta diversa?
La risposta, sicuramente, è nessuna.
A Catania, intanto, i Fighting Horses stanno facendo quello che inevitabilmente fanno le grandi opere monumentali, dividono, incuriosiscono, provocano discussioni e contrapposizioni.
C’è chi li considera una possibile nuova icona della città e chi, invece, ne contesta l’impatto visivo nel cuore del barocco catanese.
E poi c’è l’ironia, immancabile, dei social, due giganteschi cavalli nel cuore di Catania sono diventati inevitabilmente terreno fertile per battute e doppi sensi legati alla celebre tradizione locale della carne equina, da sempre nelle tavole dei catanesi.
Fa parte del gioco, una scultura monumentale, inaspettatamente entra nello spazio pubblico e diventa immediatamente anche materia di discussione popolare.
Ma mentre Catania discute dei suoi nuovi cavalli, Vittoria deve evitare di consumare energie in una polemica inutile e concentrarsi su ciò che può realmente fare.
Nessuna amministrazione può decidere per una famiglia. Ogni amministrazione, invece, può decidere che cosa fare del patrimonio culturale della propria città.
È questa la differenza fondamentale.
E proprio per questo continuare ad attribuire oggi a questa o a quella amministrazione la colpa di una scelta compiuta dagli eredi appare una polemica pretestuosa, oltre che sostanzialmente inutile.
La partita vera, per Vittoria, non è più quella di riportare indietro un’opera che la famiglia ha scelto di destinare altrove.
La partita vera è dimostrare che la città di Arturo Di Modica sa ancora riconoscere, valorizzare e tramandare la grandezza del proprio artista.
I cavalli, questa volta, sono andati a Catania. Ma l’eredità di Di Modica appartiene anche alla storia di Vittoria. E su quella eredità, oggi, la città ha ancora molto da dire e soprattutto molto da fare.
