Italia – l’economia sommersa non si ferma: lavoro nero vale miliardi e indebolisce lo Stato.
Iniltervenire è necessario e urgente.
Fonte: repubblica.it – intervista al Magistrato Bruno Giordano
Vittoria. 18.10.2026
Oltre 218 miliardi di euro di economia non osservata, più di 3,2 milioni di lavoratori irregolari e controlli insufficienti. I dati Istat riportano al centro una questione cruciale: senza verifiche efficaci e continuative, evasione fiscale e sfruttamento rischiano di diventare un vantaggio competitivo per chi non rispetta le regole.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, stabilisce l’articolo 1 della Costituzione. Ma accanto all’occupazione regolare, tutelata da contratti e contributi, continua a prosperare una realtà parallela fatta di lavoro sommerso, retribuzioni fuori busta, evasione fiscale e diritti negati. Una realtà che sottrae risorse alle casse pubbliche, penalizza le imprese rispettose della legge e lascia milioni di persone esposte a condizioni di estrema precarietà.
A riportare l’attenzione sul fenomeno sono i dati più recenti dell’Istat sull’economia non osservata, richiamati nell’analisi di Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, in un intervento pubblicato su Repubblica.it. I numeri descrivono un problema strutturale, che non riguarda soltanto la mancata dichiarazione dei redditi, ma investe il funzionamento del mercato del lavoro, la concorrenza e la stessa capacità delle istituzioni di far rispettare le norme.
Secondo i dati Istat relativi al 2024, il valore complessivo dell’economia non osservata ha raggiunto 218,2 miliardi di euro, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente. Una cifra che corrisponde a quasi un decimo del prodotto interno lordo nazionale.
La parte prevalente è rappresentata dall’economia sommersa, che ammonta a 198,4 miliardi di euro. Al suo interno, il lavoro irregolare genera 80,3 miliardi, con una crescita di 3,1 miliardi rispetto al 2023. Altri 19,8 miliardi provengono invece dalle attività illegali.
Il dato più significativo riguarda proprio il lavoro non regolare, il valore aggiunto prodotto da questa componente è aumentato del 4,6%, con una dinamica particolarmente sostenuta rispetto a quella dell’economia regolare.
Non si tratta, dunque, di un fenomeno marginale o circoscritto a singole realtà produttive. Il lavoro nero rappresenta una componente rilevante dell’economia nazionale e continua a espandersi, alimentato da meccanismi che rendono conveniente aggirare obblighi fiscali, contributivi e contrattuali.
Le stime dell’Istat indicano circa 3 milioni e 277.000 lavoratori irregolari, oltre 145.000 in più rispetto all’anno precedente.
Dietro questa cifra ci sono persone che possono trovarsi senza un contratto adeguato, senza contributi sufficienti per la pensione e senza una reale protezione in caso di malattia, infortunio o perdita del posto di lavoro. Il quadro comprende anche forme di irregolarità meno evidenti, nelle quali l’attività lavorativa viene dichiarata soltanto in parte, con orari sottostimati o compensi effettivi superiori a quelli registrati in busta paga.
Il fenomeno interessa numerosi comparti economici. Tra quelli segnalati dall’Istat figurano i servizi alla persona, l’agricoltura, il commercio, i trasporti, la ristorazione e altri.
La dimensione effettiva del problema potrebbe inoltre essere più ampia di quella indicata dalle statistiche, soprattutto considerando la varietà dei rapporti di lavoro precari, stagionali e a tempo parziale. È tuttavia necessario distinguere le stime ufficiali dalle eventuali ulteriori situazioni non quantificate.
Per Bruno Giordano, da sempre impegnato alla lotta ad ogni forma di illegalità, il contrasto al lavoro nero non può affidarsi a interventi sporadici. Occorre un sistema di vigilanza capace di operare con continuità, accompagnato da verifiche incrociate e da un’effettiva capacità di individuare le violazioni.
Il problema non consiste soltanto nell’esistenza di norme, ma nella possibilità concreta di applicarle. Se un’attività economica può contare sulla scarsa probabilità di essere sottoposta a un controllo, il rischio di sanzione può trasformarsi in un costo facilmente evitabile, mentre il rispetto della legge diventa un onere per chi opera correttamente.
Nell’analisi pubblicata su Repubblica.it viene inoltre criticata la previsione, introdotta nel 2024 e richiamata nel dibattito sulle ispezioni, di un preavviso di dieci giorni per determinati controlli sul lavoro. Una simile impostazione, secondo questa lettura, rischia di ridurre l’efficacia delle verifiche, un datore di lavoro informato in anticipo potrebbe avere il tempo di regolarizzare temporaneamente una situazione che, nella quotidianità, rimane irregolare.
Il tema solleva una questione fondamentale: quale efficacia può avere un’ispezione annunciata quando l’obiettivo è accertare condizioni di lavoro che possono essere nascoste o modificate proprio in vista del controllo?
A ciò si aggiunge la necessità di disporre di personale ispettivo sufficiente. Senza risorse umane adeguate, strumenti investigativi e coordinamento tra gli enti competenti, anche le disposizioni più rigorose rischiano di rimanere solo sulla carta.
Il lavoro irregolare non danneggia soltanto i dipendenti. Ha conseguenze dirette anche sulle imprese che rispettano contratti, obblighi contributivi e adempimenti fiscali.
Chi impiega personale senza dichiararlo può ridurre artificialmente i costi di produzione, praticare prezzi più bassi e conquistare quote di mercato a scapito dei concorrenti corretti. Si crea così una distorsione della concorrenza nella quale l’illegalità può diventare un vantaggio economico.
Il conto, però, non scompare. Una parte del costo viene trasferita sulla collettività attraverso le minori entrate fiscali e contributive, mentre i lavoratori irregolari possono ritrovarsi privi di protezioni essenziali.
C’è poi un ulteriore aspetto, il lavoro nero può intrecciarsi con l’impiego di denaro non dichiarato, compensi pagati in contanti e ricavi sottratti alla contabilità. Per ricostruire questi meccanismi non basta verificare la presenza di un contratto, occorre confrontare i dati relativi alle retribuzioni, alle presenze, ai contributi, ai ricavi aziendali e alle prestazioni effettivamente svolte.
Per questo, accanto agli ispettori, servono controlli coordinati e professionisti capaci di individuare e segnalare le irregolarità, senza trasformare la consulenza in uno strumento per aggirare gli obblighi di legge.
Un’altra criticità riguarda i casi in cui una persona svolge un’attività lavorativa non dichiarata mentre percepisce prestazioni economiche legate alla disoccupazione o alla sospensione del lavoro, come la NASPI, la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione agricola.
Quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge, queste condotte possono determinare indebite percezioni, obblighi di restituzione e conseguenze sanzionatorie, anche penali. Non tutte le situazioni sono però identiche, la compatibilità tra attività lavorativa e prestazioni dipende dalle regole applicabili al singolo beneficio e dagli obblighi di comunicazione previsti.
Il punto centrale è che, in presenza di una frode, il danno può essere duplice, da una parte si sottraggono imposte e contributi, dall’altra si ottengono risorse pubbliche senza averne diritto.
A questa zona grigia si aggiungono le irregolarità retributive e contrattuali che consentono di mascherare un rapporto di lavoro effettivamente diverso da quello formalmente dichiarato. Per contrastarle sono indispensabili verifiche puntuali, capaci di andare oltre i documenti presentati e di ricostruire la realtà del rapporto di lavoro.
Le conseguenze più gravi del lavoro sommerso emergono quando all’assenza di regolarità contrattuale si accompagna la mancanza di adeguate misure di sicurezza.
Un lavoratore non dichiarato può avere maggiori difficoltà a denunciare condizioni pericolose, a ottenere il riconoscimento di un infortunio o a far valere i propri diritti. Infatti, purtroppo, aumentano i casi in cui i lavoratori feriti sui luoghi di lavoro, vengono trasportati altrove e abbandonati. In contesti caratterizzati da sfruttamento e caporalato, la dipendenza economica e la paura di perdere il lavoro possono aggravare ulteriormente la vulnerabilità.
Il problema si inserisce in un quadro nazionale già segnato da infortuni sul lavoro, morti e malattie professionali. I dati richiamati nell’intervento di Giordano parlano di oltre mille decessi e circa 500.000 incidenti, mentre viene evidenziato anche l’incremento delle denunce di malattie professionali.
Questi fenomeni non possono essere attribuiti esclusivamente al lavoro nero, ma l’irregolarità può rendere più difficile prevenire i rischi, individuare le responsabilità e garantire la tutela delle persone coinvolte.
La sicurezza, pertanto, non è un adempimento burocratico né un costo accessorio, è una condizione essenziale del lavoro dignitoso e della legalità economica.
Il quadro delineato dai dati impone una riflessione sulle politiche adottate per contrastare l’occupazione irregolare. Semplificare gli adempimenti e sostenere le imprese può essere utile, ma non può tradursi in una riduzione della capacità di controllo dello Stato.
Servono verifiche efficaci, personale adeguato, collaborazione tra gli organismi preposti alla vigilanza e un sistema sanzionatorio applicato con coerenza. Allo stesso tempo, è necessario proteggere chi denuncia gli abusi e favorire l’emersione dei rapporti irregolari, evitando che i lavoratori più vulnerabili siano costretti a scegliere tra la perdita del reddito e l’accettazione dello sfruttamento.
La lotta all’evasione, inoltre, non può concentrarsi soltanto su chi non versa le imposte. Deve affrontare anche le reti di interessi che permettono di occultare ricavi, falsificare rapporti di lavoro e beneficiare indebitamente di risorse pubbliche.
Il nodo sollevato da Bruno Giordano è dunque più ampio di una semplice questione fiscale: riguarda la credibilità delle istituzioni e l’equità delle regole che governano il mercato.
Se il lavoro irregolare continua a crescere mentre le imprese oneste sostengono integralmente i costi della legalità, il rischio è che si consolidi un sistema nel quale rispettare le norme diventa economicamente meno conveniente che violarle.
L’Italia non ha bisogno soltanto di nuove disposizioni, ma della capacità concreta di farle rispettare. Perché il lavoro possa essere davvero il fondamento della Repubblica, deve essere anche regolare, sicuro e dignitoso. Altrimenti, dietro la ricchezza prodotta, continuerà a crescere un’economia invisibile che impoverisce le casse pubbliche, indebolisce le imprese corrette e lascia i lavoratori senza adeguate garanzie.