Salvatore Cultraro, Acate (Rg), 3 marzo 2023.- Uno dei momenti più gioiosi e di massimo coinvolgimento, vissuti sul finire del 1500, a circa un secolo dalla sua fondazione, nel piccolo villaggio di  Biscari, era quello dei “matrimoni”. La sposa,come si legge nel  volume “Biscari e il suo Martire che sorride”, edito dal compianto parroco di Acate, don Rosario Di Martino, “diveniva la figlia del villaggio e lo sposo costituiva l’orgoglio di tutti”. Il matrimonio era preceduto dagli “sponsali” e nel contempo alla presenza di un notaio si stilava un vero e proprio contratto tra i genitori degli sposi. Contratti che, considerato che il matrimonio avveniva per  volontà di Dio, iniziavano sempre con l’invocazione del Suo nome: “Nel nome della Santissima ed indivisibile Trinità; oppure Nel Nome del Signore e della Gloriosissima Vergine Maria e di tutti i Santi e le Sante” (Don Rosario Di Martino, opera citata). Quindi si passava all’elencazione dei beni da dare in dote, incominciando dal padre della sposa, beni che iniziavano quasi sempre con una somma di denaro liquido, quindi “robba biancha, oro, argento, ramo, case, vigne et altri stigli di casa: dui brochi e dui cucchiarelli d’argento, dui filari di corallo, dui para di linzola novi, dui matarassi uno di lana et l’altro di lino, dui tuvaglia di facci novi, dui tuvaglia di tavula novi, dui seggi di coijro novi, un baulo usato, un calderone di ramu usatu, una padella di ramu usata, ecc.” Ed inoltre un vestito della festa per la “zita”, (gippone di damasco d’oro e faldetta di saja imperiale cum suo grappo d’argento) ed uno per la settimana (gippone e faldetta di fargetta nova), Ed infine tutte le spese relative allo sposalizio, (Don Rosario op. Cit.). Lo sposo, invece, si impegnava solennemente a sposare la sposa e “ad accettarla dinanzi alla chiesa come cara e amata”. Inoltre si impegnava ad amministrare e conservare la dote ricevuta dalla moglie con l’obbligo di restituirla in caso di scioglimento del matrimonio senza la presenza di figli legittimi della coppia. Una volta sottoscritto il “patto”, si brindava con vino al legame raggiunto tra gli sposi e le due famiglie.  Nel giorno delle nozze tutto il villaggio partecipava alla festa per i novelli sposi, danzando fino a tarda sera accompagnati da pochi “suonatori”, alcuni dei quali utilizzavano strumenti musicali “di fortuna” (coperchi di pentole, bidoni ecc.). Dicevamo piccoli momenti di gioia e di festa che interrompevano la sofferta vita quotidiana. Una vita che, come ci fa ancora sapere Don Rosario Di Martino nel suo volume citato, “purtroppo durava in media quarant’anni, pochissimi superavano i sessant’anni, solo qualcuno arrivava ai settanta e molti non arrivavano all’età di trentacinque anni”. Le cause di questa brevità della vita generalmente erano dovute a problemi di parto, per le donne, ed alle precarie condizioni di vita, estremamente malsane per la malaria e la febbre gialla. ( In copertina foto di repertorio del professore Gaetano Masaracchio).

Di Salvatore Cultraro

Nato ad Acate. Nel 1986, ha conseguito la specializzazione quale Educatore per disabili in età evolutiva. Dal 1988 dirige il Centro di differenziazione didattica per disabili di Acate. Giornalista pubblicista, dal 1984 al 1990 ha collaborato con il Giornale di Sicilia di Palermo, dal 1991 al 2003 con la Gazzetta del Sud di Messina e dal 2004 al 2008 con la Sicilia di Catania. Nel 2009 ha diretto la redazione giornalistica dell’emittente televisiva locale “Free TV” di Comiso. Inoltre ha diretto il periodico "I 4 Canti" e dal 2001 al 2009 ha tenuto Corsi di Giornalismo presso le scuole elementari e medie di Acate e Vittoria. Appassionato di storia locale, negli anni Ottanta ha pubblicato alcune sue ricerche sulla presenza nel territorio di Acate di alcuni importanti siti rurali risalenti al periodo geco-romano e medioevale. Nel dicembre del 2013 ha dato alle stampe, unitamente al prof. Antonio Cammarana di Acate, un volumetto sull’antico Lavatoio Pubblico di contrada “Canale”.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com