Salvatore Cultraro, Acate (Rg), 31 maggio 2026.- Fino a che non venissero istituiti i cimiteri, il seppellimento dei morti avveniva nelle cripte delle varie chiese. Una usanza comune in tutto il mondo. Nobili, religiosi ed anche gente comune venivano ospitati per l’ultimo viaggio sotto gli altari delle chiese o  in spazi capienti delle cripte. Anche ad Acate, come risulta dagli antichi registri parrocchiali e dal rinvenimento di ossa ed altro, tale usanza era regolarmente in uso. Vedi cripte nella chiesa del Carmelo, nell’ex Convento dei frati Cappuccini, nella Chiesa Madre ed in altri luoghi. Quando si trattava di nobili però, la loro sepoltura veniva evidenziata all’interno della chiesa con epigrafi, lastre di marmo scolpite, busti in marmo ed altro. Basta visitare anche alcune chiese di centri limitrofi come Vittoria, Comiso, Ragusa ecc. per rendersi conto di queste usanze. Se poi i defunti erano Principi, Conti, Baroni, oltre alla descrizione su lapide venivano realizzate artistiche sepolture esterne. Così in tutto il mondo, tranne che ad Acate, o meglio Biscari, il suo antico nome.. Eppure le nostre chiese ospitano nelle loro cripte centinaia e centinaia di ossa umane, “nobili e non”, ma nessuna lapide fa menzione della loro identità. Solo nella chiesa Madre recentemente, in occasione dei lavori di ampliamento è stata recuperata una pietra tombale che ricopriva la sepoltura, profonda circa un metro con ancora visibile il corpo del defunto rinchiuso in una piccola cassa in zinco, vestito con saio francescano. La pietra tombale, di semplicissima fattura, riportava le generalità del defunto recante il nome di un ex Vicario e Parroco di Acate. La lapide tombale è quasi illeggibile, si intravede solo, a stento, il nome del prelato, “Parroco e Vicario, Don Raffaello Digeronimo….”. In effetti, come ci documenta lo storico Carlo Addario, nel suo volumetto “Passeggiate Storiche, edito nel 1952, si tratterebbe della pietra tombale del Parroco, “don Raffaele Digeronimo morto nel 1859 all’età di 79 anni”. una volta recuperata è stata affissa sul muro della navata  destra del tempio  a pochi metri di distanza dalla sua collocazione originaria. Inoltre alcuni frammenti  funebri, recuperati nelle cripte, sono stati affissi in prossimità della sacrestia e precisamente su di una parete della cappella della Madonna delle Grazie, dove si esibisce il Coro parrocchiale. Un vero e proprio granello di sabbia nel deserto. E le sepolture dei nobili che fine hanno fatto? Possibile che principi, baroni ed altri notabili siano stati sepolti in incognito senza una lapide marmorea, un piccolo monumento funebre o altro?  Oppure questi elementi identificativi c’erano e nel tempo sono stati furtivamente prelevati, magari approfittando di pseudo opere di consolidamento della chiesa, nella totale indifferenza dei cittadini? Fino a qualche anno fa, infatti, ad Acate esistevano i “cercatori di tesori”. Molti si sono dannati per anni ed anni alla ricerca di un fantomatico tesoro, realmente esistito e ben nascosto ma felicemente speso da una principessa alla morte del consorte ed il cui figlio, principe ereditario, intento causa alla propria mamma per ottenerne la restituzione. Quindi è inopportuno ed inutile, ancora cercare il “tesoro”. Dicevamo che alcuni baroni e principi della famiglia Paternò Castello, a suo tempo furono seppelliti all’interno della nostra Chiesa Madre come si evince da appositi documenti.  Tra questi,  le spoglie mortali di Don Vincenzo Paternò Castello,VII Barone di Biscari, insediatosi l’8 ottobre 1609, riposano nelle cripte della chiesa Madre di Acate, intitolata a San Nicolò di Bari. Don Vincenzo successe al fratello Francesco, morto senza eredi, figlio di don Orazio Paternò Castello, prematuramente scomparso il 16 luglio dell’anno 1608. Ma anche nei confronti di don Vincenzo, la vita non fu affatto generosa e dopo appena nove anni di matrimonio, con donna Maria La Restia, Baronessa di San Filippo, sposata il 1° febbraio 1610 nella chiesa di San Nicola a Ragusa Ibla, come risulta nei registri di matrimonio conservati presso l’Archivio Parrocchiale della Basilica di San Giorgio in Ragusa Ibla, anche lui morì.  Ritornando alla prematura scomparsa di don Vincenzo ed alla sua tumulazione nella chiesa Madre, di tale triste episodio ce ne da testimonianza il sacerdote don Matteo De Vita con una sua annotazione ufficiale del 23 settembre 1619. “Io Don Matteo de Vita- si legge nel documento- Vicario beneficiato della Matrice Chiesa sotto il titolo di San Nicola di questa terra del Biscari…trascrivo la seguente annotazione: Die 10 septembris 3a indizione 1619, Don Vincenzo Paternò et Castello barone di questo stato del biscare morsi e fu sepulto in questa predetta matrice chiesa del biscare…”. (Archivio di Stato di Palermo- Protonotaro del Regno, Processi di investiture n.1568, busta n. 4028). Purtroppo sembra che la “morte” si fosse accanita sulla famiglia Paternò Castello infatti dopo appena un anno e mezzo dalla dipartita del padre, il Barone Vincenzo, passò a miglior vita anche il suo primogenito di appena 4 anni Giovanni Battista, anche lui sepolto nella chiesa Madre di Biscari accanto al padre. “Il 20 di questo mese di gennaio di mercoledì-si legge nella già citata opera di don Rosario Di Martino, “Biscari e il suo Santo che sorride”-alle ore cinque circa di notte di detto giorno, si morse e parti da questa a miglior vita, nella città di Ragusa, Don Giovanni Battista Paternò et Castello ultimo Baronello della terra e stato del Biscare…il 21 del detto mese alle ore due circa di notte si portò ad seppellirsi nella detta terra del Biscare, nella matrice chiesa di detta terra sotto il titolo di San Nicolao….”. Ancora,  il figlio primogenito di Agatino Paternò Castello, Don Vincenzo, nel suo testamento, stilato alla presenza del notaio Giuseppe Mandarà di Vittoria, tra le altre cose,  diede disposizione di essere seppellito, “nella venerabile Chiesa Matrice di detta Terra del Biscari”. “ Il 15 settembre 1690, l’Illustre Don Mariano Raimondo, figlio dell’Illustre Don Ignazio Paternò Castello e di Donna Leonora, principi di questa Terra di Biscari morì e fu sepolto nella Chiesa Madre (Archivio parrocchiale di Acate- Registro dei defunti dal 1690 al 1745). Questi solo  alcuni dei componenti della famiglia Paternò-Castello, sepolti all’interno della Chiesa Madre, ma sicuramente ce ne saranno stati altri. E qui sorge l’enigma: possibile che all’interno della chiesa non ci sia assolutamente nulla che ricordi  il luogo delle loro sepolture? Le navate della chiesa Madre, infatti, al loro interno sono completamente spoglie ed anonime per quanto riguarda la menzione delle sopraelencate sepolture. Che fine hanno fatto gli eventuali monumenti funebri, eretti come avviene in tutte le chiese del mondo? Mistero!

IMGP0411 001

Di Salvatore Cultraro

Nato ad Acate. Nel 1986, ha conseguito la specializzazione quale Educatore per disabili in età evolutiva. Dal 1988 dirige il Centro di differenziazione didattica per disabili di Acate. Giornalista pubblicista, dal 1984 al 1990 ha collaborato con il Giornale di Sicilia di Palermo, dal 1991 al 2003 con la Gazzetta del Sud di Messina e dal 2004 al 2008 con la Sicilia di Catania. Nel 2009 ha diretto la redazione giornalistica dell’emittente televisiva locale “Free TV” di Comiso. Inoltre ha diretto il periodico "I 4 Canti" e dal 2001 al 2009 ha tenuto Corsi di Giornalismo presso le scuole elementari e medie di Acate e Vittoria. Appassionato di storia locale, negli anni Ottanta ha pubblicato alcune sue ricerche sulla presenza nel territorio di Acate di alcuni importanti siti rurali risalenti al periodo geco-romano e medioevale. Nel dicembre del 2013 ha dato alle stampe, unitamente al prof. Antonio Cammarana di Acate, un volumetto sull’antico Lavatoio Pubblico di contrada “Canale”.

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