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“Ero un bambino ed ora sono aria nel cielo infinito”, di Maria Teresa Carrubba

In un breve testo, ” Il diario di David Rubinowicz “, un bambino ebreo polacco che frequentava le elementari, privo di cultura, di famiglia contadina, figlio di un piccolo commerciante di fieno, annota sul quaderno giorno per giorno quanto avviene nel suo villaggio durante l’occupazione nazista. ” Oggi sono arrivati i tedeschi, hanno portato via tanti ragazzi….” Poi i soldati di Hitler portarono via anche lui per sempre. Una canzone scritta per tutti i bambini ebrei recita “Ero un bambino ed ora sono aria nel cielo infinito. Li rivedo con l’immaginazione quei bimbi con le loro divise a righe, piccoli carcerati, vittime innocenti di una logica perversa e incomprensibile, in fila, guidati dagli aguzzini che senza alcuna esitazione o ritegno li accompagnavano nelle camere della morte. Di lì a poco colonne di fumo nere annunciavano che il misfatto era stato compiuto. Quanti quei bambini dalle faccine raggrinzite, dalle gambe sottili come canne, centinaia, migliaia, e ancora migliaia? Compiere simili rappresaglie o applicare “certe regole” non si concilia neppure con la crudeltà della guerra. Eppure così è stato, il ricordarlo è un obbligo morale, rende ragione di quei buchi che forse ancora possono esserci nell’inconscio collettivo .  Nelle azioni di annientamento sei milioni di ebrei sterminati in nome della purezza della razza ariana. Una cultura questa che era nata per giustificare e mettere una toppa su eventi ed azioni profondamente ingiusti, devastanti, inumani. Purtroppo la nostra libertà attuale poggia i suoi piedi anche sulla base di quella profonda ferita storica, di quell’arroganza e giustizia infinita. E perché il passato non diventi sempre più remoto fermiamoci a ricordare quei piccolo che insieme alle loro mamme, ai loro papà, ai fratelli e alle sorelle gridano giustizia in una dimensione in cui ha diritto di cittadinanza il loro vissuto. Non lasciamoli andare via, nella nostra memoria le loro immagini non diventino più pallide, più scolorite, non lasciamoli sparire in silenzio, inghiottiti ora non dai forni e dalle camere della morte, ma dal vuoto e dal buio dell’immaginazione. A distanza di anni emergono dal nulla per ricordarci espressioni di volti, sguardi indecifrabili di persone alle quali anche la dignità fu strappata. Ricordiamoci che Brant sosteneva che la storia non pronuncia la parola mai.

 

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