Aurora Muriana, Acate (Rg), 30 marzo 2026 – Tradizionale e ferventemente atteso dall’intera comunità acatese, come sempre, il Venerdì Santo, primariamente quanto ai riti religiosi e alle processioni che lo caratterizzano ma anche riguardo la rappresentazione sacra, che suggella una giornata particolarmente intensa.

Il dramma sacro del 2026 – che verrà portato in scena ad Acate venerdì 3 aprile alle ore 20:30 in Piazza Calvario – vedrà alla regia la giovane attrice Ambra Denaro e alla direzione scenica la professoressa Graziella Pinnavaria. L’intera famiglia delle sopra citate Ambra e Graziella da sempre si occupa di preparare e coordinare la rievocazione teatrale dei fatti avvenuti oltre duemila anni fa sotto la Croce, sul Calvario.

Ad essa prenderanno parte gli attori Rosario Morando, Alessia Cona, Chiara Gulino, la regista Ambra Denaro, Matteo Tomasello, Mirko Pepi, Vincenzo Gallo, Biagio Giannì, Salvatore Farruggio e Salvatore Brugaletta.

Gaia Denaro, Mattia Brafa, Vincenzo Iacono, Isabella Nicoletti, Nicole Polizzi, Sophie Polizzi, Giulia Frasca, Gaia Mezzasalma, Chiara Vallone e Ilenia Eterno rappresenteranno gli schiavi.

Tra “I Cavalieri di Biscari”, nel ruolo di soldati, Simone Cutrera, Calogero Onolfo, Giuseppe Marino, Paolo Molè, Matteo Frasca.

Si elencano gli addetti a vari settori che hanno reso possibile la realizzazione della sacra rappresentazione: Pina Scrofani per i costumi, Agnese Denaro e Miriam Guardabasso per trucco e parrucco, Roberta Denaro e Graziella Pinnavaria per la scenografia, Agatino Giuffrida per l’impianto scenico, Gianluca Scrofani per la biga, “Radiofranco” di Ragusa per l’amplificazione, “BVS” di Andrea Frasca per le riprese video.

Sarà possibile seguire la diretta streaming de “I Setti Parti” sulla pagina Facebook “Radiofranco Assistenza Tecnica Ragusa”.

Si ringraziano: il sindaco, avvocato Gianfranco Fidone, per la concessione del patrocinio all’iniziativa; il parroco, don Mario Cascone; l’Assessore allo Spettacolo, Gianni Licitra; il vice-sindaco, dottor Gianfranco Ciriacono.

Basato sull’opera del marchese vittoriese Alfonso Ricca, il dramma sacro viene ogni anno attualizzato, adattandone il copione alla tematica trattata sia dal punto di vista testuale che scenografico.

La tematica affrontata quest’anno è quella della schiavitù, non soltanto fisica ma anche interiore. La stessa che soggioga chi ne è vittima. La stessa che porta a far oblio dell’importanza e unicità di ogni singolo individuo.

Dalle note di regia della giovane regista Ambra emergono riflessioni profondamente rilevanti e attuali. «L’uomo non ha bisogno di sottomettersi o farsi manipolare come una marionetta. Siamo tutti persone libere, degne di esistere e di essere slegate dalle catene che altri vogliono imporci. Il finale della sacra rappresentazione condurrà a un concetto che, seppur lapalissiano, va concretamente realizzato e deve essere difeso con tenacia: ogni catena viene spezzata e il bene trionfa sul male, per cui la speranza può e deve rinascere in ciascuno di noi.».

«L’intero dramma è attraversato da un contrasto costante tra oscurità e luce, oppressione e liberazione – come evidenziato da Graziella, che si è pure occupata del coordinamento generale e degli adattamenti musicali della rappresentazione. La scena iniziale è dominata da toni cupi. I personaggi che rappresentano la schiavitù si muovono con gesti ora lenti, ora frenetici e ripetitivi, come intrappolati in un ritmo che non appartiene a loro. Le catene, reali o simboliche, sono sempre accompagnate da semplici gesti corporei che evocano costrizione. Le voci creano un senso di confusione e oppressione collettiva, mentre la parte centrale è sobria ma profondamente magnetica.».

Non deve però mancare in ognuno la vigile attenzione nel discernere i corretti significati da assegnare alla parola «libertà». Quest’ultima non può essere intesa come assenza di freni e impedimenti e, in nome di essa, non si può giustificare o, benché meno, tollerare qualunque idea o comportamento, magari antropologicamente difforme dalla probità.

La libertà ha pur sempre dei confini da non oltrepassare: quelli che rischierebbero di ledere l’altrui libertà e di non ottemperare alle regole che stanno alla base di una ordinata convivenza civile.

Libertà: un concetto che l’era digitale sembra stravolgere! La stessa epoca che, in nome di un’agognata idea di modernità, sembra a volte distogliere i più giovani dal legame con il territorio, nonostante non si viva nelle città di origine. Lontananza fisica per ragioni lavorative o di qualunque tipo non significa distacco dalle proprie origini!

Nei ragazzi bisogna stimolare l’interesse ad essere custodi delle tradizioni locali, il piacere di cercare le proprie origini e di conoscere la storia del proprio paese, per poter poi trasmettere tutto questo alle generazioni future e farlo rivivere.

Sorge spontanea una considerazione, ossia che un interesse primario dovrebbe essere rivolto verso fondamentali valori morali, comportamentali e di fede, sui quali oggi il mondo sembra talune volte andare alla deriva!

Occorre riscoprire la voglia di impegnarsi e avere la tenacia nell’ottemperare all’ “incarico” preso, anche quando si tratta di àmbiti di interesse più elevato. Questo è auspicabile su vari fronti.

«Senza cultura non c’è libertà, non c’è scelta. Non c’è crescita sociale, né reale benessere».

(Paolo Crepet)

Perché, se l’indifferenza è una forma di schiavitù, ritenere le proprie tradizioni come qualcosa di obsoleto piuttosto che come espressioni di identità culturale è un grave errore!

Il folclore percorre le vie della tradizione e alimenta quelle dell’emozione.

Solo così i propri costumi non saranno lontani sbiaditi ricordi ma viva memoria!

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
RSS
Follow by Email