Redazione Due, 29 dicembre 2025. Riceviamo e pubblichiamo questo racconto edito dalla professoressa Giovanna Carbonaro, in occasione dell’Edizione 2025 del Premio Letterario “Hiscor”, organizzato dal Circolo di Conversazione di Acate.Un racconto dedicato alla memoria del compianto professore Antonio Cammarana e “alla valorizzazione dei beni culturali acatesi”.

 

“Il castello normanno” di Giovanna Carbonaro

 

<<E quindi che intenzioni hai???>>.

<<Vado via…Per sempre…>>.

<<Cosa??? Sei una povera pazza…>>.

<<Pazza??? Sì, lo sono stata… Sono stata una povera pazza a stare con te

tutti questi anni. Sono stata una folle a farmi umiliare da te e da tua

madre per così lungo tempo. Ho rinunciato al mio lavoro e al mio mondo

per amor tuo… Ma tu che ne sai dell’amore e del rispetto? Che ne sai della

considerazione e della compassione? Che ne sai della pazienza e del

sacrificio??? Vi alzate la mattina, serviti, riveriti e come padroni del

mondo, iniziate a comandare… Credete che tutto vi sia dovuto perché

siete ricchi e potenti e non avete considerazione alcuna al di fuori della

vostra persona. Vi ho visto trattare le persone con sufficienza, denigrarle

e a convenienza distruggerle, senza tener conto delle conseguenze sulle

loro vite e delle loro famiglie… E lo avete fatto anche me…Non sono mai

stata abbastanza per voi… E io vi ho permesso di calpestarmi…Ma adesso

il cielo ci ha puniti…Il mio bambino non c’è più…>>.

<<Sei pazza Costanza!!! È solo colpa tua… Aveva ragione mia madre a non

volere che ti sposassi…>>.

<<Tua madre… Tua madre aveva ragione??? Forse sì, aveva ragione a

pensarlo… Aveva ragione perché ho scoperto che era una poco di buono

che ha sposato tuo padre solo per interessi e vi ha reso la vita un inferno…

Le interessano solo il lusso e i soldi… E tu ne sei il triste risultato… Che ne

sa lei dei sacrifici? Che ne sa lei del lavoro duro? Che ne sa lei della vita

vera??? Certo io sono solo una povera ragazza che si è fatta da sé… Sono

orfana, ho fatto i lavori più umili ma nel negozio di antiquariato dove

facevo la restauratrice ero felice… Ero felice della mia vita… Della vita che

poco più che ventenne ero riuscita a costruirmi. Poi sei arrivato tu, che ti

sei presentato come l’uomo dei sogni ma alla fine ti sei rivelato un uomo

da nulla… Ero affamata d’amore, ero bisognosa di affetto e di riscatto

1sociale… Ma ho sbagliato tutto. Ho sbagliato a vedere in te la mia

salvezza…E l’ho capito tardi… Ci sono voluti dieci lunghi anni per capire

che non avevo bisogno di te… Che non eri tu quello che volevo. Eccoti

carte di credito, chiavi di casa e dell’auto. Non voglio nulla. Tutti i gioielli,

i vestiti e le borse poi tranquillamente regalarle alle tue amanti. Qui ci

sono le carte del divorzio. Mi sono accordata già con i tuoi avvocati. Non

pretendo e non chiedo nulla. Chiedo solo la cortesia che una volta uscita

da quella porta, tu abbia la dignità di non cercarmi mai più. Addio… E

grazie per la non curanza che hai dimostrato nei miei confronti…>>.

Lasciai così la villa del mio ex marito e, con un borsone, una felpa, un

jeans e pochi soldi dietro, mi diressi senza remore verso l’aeroporto. Ero

di nuovo libera. Ero di nuovo me stessa. Dopo molto tempo avevo deciso

con la mia testa. D’ora innanzi nessuno più mi avrebbe comandato.

Nessuno mi avrebbe detto come vestire, come agire, come comportarmi,

cosa non dire. La vita falsa e ipocrita dei ricchi e dei potenti non mi

apparteneva. La mia povera mamma aveva fatto la domestica a casa di

ricchi signori, che incolpandola ingiustamente di un furto, la licenziarono

e la cacciarono via. Poco dopo aveva scoperto di aspettare me. Dopo la

mia nascita iniziò a fare le pulizie per poterci mantenere. Eravamo noi

due solamente e la vecchia zia ‘Nzina, di cui alla sua morte ereditammo

la sua piccola casa, che io chiamavo affettuosamente ‘la catapecchia’. Di

mio padre non ho mai saputo nulla. So solo che non si fece più vivo dal

giorno in cui scoprì che era stata concepita. Mia mamma non ha mai

voluto dire nulla al riguardo. Tagliava la discussione dicendomi:<<Tu non

hai padre!!!>>. Ma i suoi occhi silenziosi urlavano di dolore e verità non

dette. Doveva essere bella mia mamma da ragazzina. Bella e gioiosa.

Eppure io l’ho conosciuta imbruttita, magra, col viso segnato dalle rughe

e con i capelli grigi anche se era ancora una giovane donna. Era sempre

silenziosa e nonostante la fatica, non l’ho mai sentita lamentare. Mi

ricordo che dopo scuola nel pomeriggio mi portava con sé. Stavo in un

angolino a fare i compiti e dopo aver finito, mentre aspettavo che

terminasse, prendevo il mio album e iniziavo a disegnare. Amavo

prendere la matita e dare sfogo alla mia fantasia. Un giorno il mio

professore d’arte mi disse che mi “vedeva bene” all’Accademia di belle

arti di Catania e ne parlò anche con mia madre. Fu così che lei si impegnò

a trovare altre case da pulire per farmi studiare. Quando diventai più

grande (forse ero in prima liceo), iniziai anche io a fare le pulizie. Così,

mentre le mie coetanee si divertivano, il pomeriggio l’aiutavo con il

lavoro. Vedevo le mie compagne di scuole con abiti e scarpe firmati,

mentre io con roba scadente comprata al mercatino. Provavo tanta

vergogna e nella mia testa maledicevo mia mamma per avermi fatto

nascere in quelle condizioni. Ma quando eravamo a pulire insieme e la

vedevo impegnarsi, il cuore mi si stringeva e provavo vergogna per me

stessa e per la mia ingratitudine. Era difficile vivere così. Ma quando si è

giovani e si vuole tutto non è facile comprendere. E a volte la

consapevolezza arriva dopo e spesso quando è ormai troppo tardi. Gli

anni del liceo volarono in fretta e finalmente andai all’università a

Catania. Trovai anche lavoro presso un bellissimo e prestigioso negozio di

antiquariato. Dapprima come commessa e poi, dopo che il titolare si

accorse delle mie velleità artistiche, mi introdusse nel laboratorio e piano

piano imparai l’arte del restauro. Riportare agli antichi splendori mobili o

quadri era qualcosa di elettrizzante. Mi sentivo fiera di me stessa. Fiera

perché così mia madre dopo anni di sacrificio poteva lavorare di meno.

Con i primi guadagni comprai per me e per lei abiti, scarpe e borse e la

portavo qualche volta dalla parrucchiera. Dei meritati regali per tutto

quello che avevamo patito. Così il primo anno all’Accademia andò

benissimo, ma l’arte del restauro mi chiamava. Era quella la mia strada.

Curare ciò che era malandato per riportarlo allo splendore di un tempo.

Così cambiai indirizzo e mi iscrissi in Conservazione e Restauro dei Beni

culturali. Quattro anni dopo raggiunsi l’ambito traguardo della laurea ma

lo stesso giorno persi anche mia mamma per un infarto. Il suo cuore non

aveva retto nonostante avesse solo quarantacinque anni. Non si era mai

curata come doveva perché aveva pensato solo a mantenere me e a

darmi un futuro. C’era riuscita. Avevo solo ventitré anni quando rimasi

completamente sola. Ma avevo un lavoro e una vita piena di

insegnamenti fornitemi da mia madre, che mi aveva dimostrato che con

3il sacrificio e la forza di volontà si può cambiare il proprio destino. Mi

buttai a capofitto nel lavoro fino a diventare socia del mio titolare. Giorno

dopo giorno, con le mie mani riportavo in auge vetusti oggetti, mobili

settecenteschi, quadri… Nel giorno del mio trentesimo compleanno, il

signor Antonio per ringraziarmi di aver dato lustro al suo negozio,

organizzò una festa invitando gente importante. Fu lì che conobbi il mio

ex marito. Rampollo di una ricca famiglia mi fece credere alla favola

atavica del principe azzurro. Così in poche settimane, accecata d’amore,

lasciai il mio lavoro, misi in vendita la casa della zia ‘Nzina e mi sposai,

lasciando la mia terra. Ma la mia non fu una favola e ora a quasi

quarant’anni mi ritrovo qui, sola e senza nulla, su di un aereo che mi

riporta a casa. Arrivata all’aeroporto, presi un bus che mi portava direttamente al mio

paesello. Arroccato sulle montagne, era un borgo antico di cinque mila

anime. Il suo simbolo era un castello normanno che svettava su tutto e

che nascondeva miti e leggende. La storia che più mi piaceva ascoltare

quando da bambina era quella di Zahara, figlia di uno degli ultimi emiri di

Sicilia che per amore aveva tradito il padre e l’Islam e si era convertita per

sposare un conte normanno. La loro unione fu suggellata dalla

costruzione dell’antico maniero. Quando lo raggiunsi era ormai notte

fonda. Il bus mi lasciò in piazza. Non c’era anima viva intorno. Solo

silenzio. Tutto era chiuso. Non sapevo dove andare. Dove bussare. Così

scoppiai in un pianto liberatorio. Ero di nuovo a casa. Iniziò anche a

piovere. Il cielo piangeva con me. Erano i primi di marzo. Non c’era

freddissimo ma l’aria era ancora pungente. Ad un certo punto sentii

piangere. Sembrava il pianto di un bambino. Ma all’improvviso

dall’angolo tutto inzuppato spuntò un batuffolo nero. Era un cucciolo di

cane. Subito venne verso di me. Lo presi in braccio e lo coprii con la mia

giacca per riscaldarlo. Pensai subito al mio bambino mai nato e vidi in

questo piccolo scricciolo un segno del destino. Lui sicuramente aveva

perso la sua mamma. Io avevo perso mio figlio.

<<Sarai il mio Blacky!!!>> gli sussurrai mentre lo battezzavo con il suo

nome e accogliendolo come un dono dal cielo. Alla fine ci

addormentammo stremati e bagnati rannicchiati vicino lo stipite

dell’antico portone vicino al porticato, sotto cui avevo trovato riparo.

<<Beatrice, figghia mia!!! Ma che ci fai qui??? Giorgio!!! Giorgio!!! È

tornata Beatrice!!!>>.

Le urla di un’anziana signora mi svegliarono. Blaky, il piccolo batuffolo

nero, si era improvvisamente animato e festante passò tra le gambe

traballanti dell’elegante sconosciuta e si infilò dentro le mura di quello

che era un palazzo nobiliare restaurato.

<<No, signora! Non sono Beatrice…>>.

<<Sì! Tu sei la mia cara Beatrice… Alberto ti amava molto…Ti ricordi

Alberto???>>.

<<Signora Caterina!!! Cosa ci fate fuori???>>.

<<Ahmed è tornata Beatrice…La mia Beatrice…>>.

Ahmed era il badante della signora. Prontamente prese per il braccio

l’anziana donna, che aveva iniziato ad agitarsi e mi fece cenno di seguirli

e assecondarla nei suoi discorsi deliranti.

L’uomo, egiziano sui cinquant’anni, mi fece accomodare in cucina e mi

disse di aspettare lì e di servirmi con i biscotti e il the che aveva preparato

pocanzi.

<<Signora accanto al mobiletto ci sono anche dei croccantini per il

cagnolino… Prendeteli pure e sfamate anche quella povera anima. Io

metto al letto la padrona. Con permesso…>>. Feci come mi dissi. Presi un

piattino dalla dispensa e lo riempii di crocchette. Blacky vi si fiondò come

un fulmine. Era affamato. E lo ero anch’io. Iniziai a gustare i biscotti e a

sorseggiare la bevanda. Tutto era così buono. Ad un certo punto Blacky

mi saltò sulle gambe spaventato. Sulla porta era apparso un omone con

capelli e barba bianca. Sembrava un antico guerriero vichingo.

<<Buongiorno. Sono Giorgio… Sono il conte Giorgio Di Montalto. E voi

siete?>>.

Mi alzai di scatto e con un filo di voce riuscii a dire: <<Mi chiamo Costanza

Fornaro e sono…>>.

<<Sei la figlia di Beatrice, la domestica…>>. Mi interruppe così l’anziano

signore con un tono tra il serio e lo sprezzante. Doveva essere alto almeno

due metri. Aveva barba e capelli curatissimi e argentei come la luna.

Giacca da notte blu, camicia bianca dal colletto perfettamente inamidato,

cinto da un foulard di seta color amaranto e pantaloni in velluto grigio

fumo. Un signore d’altri tempi. Era l’emblema perfetto del nobile.

Gentilmente mi fece accomodare e, sedutosi accanto a me e versatosi

anch’egli del té, mi pregò di raccontargli tutta la mia storia. Titubante e

quasi imbarazzata, iniziai la narrazione di ciò che era stata la mia vita.

<<E quindi adesso sei tornata ma non hai nulla…>>.

<<No, signor conte. La casa di zia ‘Nzina l’ho venduta. Non ho un posto

dove stare. Non ho un lavoro. Nulla… Devo partire da zero…>>.

<<Senti Costanza…Ho una proposta da farti…So bene che può sembrarti

strano o alquanto sconveniente ma ascolta… Io e mia moglie siamo due

anziani e abbiamo bisogno di aiuto. Ahmed è bravissimo ma abbiamo

bisogno anche di una donna, soprattutto per Caterina… Che ne diresti se

ti assumessi come aiuto per Ahmed con vitto, alloggio e uno stipendio

mensile? La casa è grande ma come vedi del palazzo usiamo pochissime

stanze. Ci sarà un po’ da pulire, far da mangiare e le commissioni… E stare

con mia moglie… Ha l’alzheimer come hai potuto capire… Accetti?>>.

<<Io… Accetterò ad una sola condizione…>>.

<<Avanza pure la tua condizione…>>.

<<Accetterò la sua proposta solo se potrò tenere Blacky…>>.

L’anziano conte scoppiò in una fragorosa risata e, annuendo, fece balzare

sulle sue gambe il batuffolo nero. Dopo tanto tempo, il mio cuore si

sentiva sollevato. Un altro dono dal cielo. Un’ opportunità di lavoro e un

tetto sopra la testa. Mi rimboccai subito le maniche e cercai di

organizzarmi nel migliore dei modi. Il conte Montalto aveva riposto

fiducia in me. E non mi sentivo di deluderlo. Organizzai le nostre giornate

preparando dapprima la colazione e poi preparavo la signora Caterina per

andare in giro e sbrigare le varie commissioni. Ogni giorno le facevo

indossare un vestito diverso. Ne aveva tantissimi, uno più bello dell’altro.

Come le sue scarpe e le sue borse. Al pranzo ci pensava Ahmed con cui ci

dividevamo le pulizie. Il giardino e la cura dei suoi splendidi fiori mi era

tuttavia precluso. Ahmed era geloso e voleva pensarci solo lui. Mi

permetteva però di usarlo e nei pomeriggi portavo la signora fuori e la

facevo dipingere mentre io disegnavo come quando ero bambina. La sera

invece preparavo la cena e poi andavamo nella bellissima biblioteca dove

leggevo ad alta voce i romanzi alla signora Caterina e al signor Giorgio,

che, fumando una pipa, accarezzava Blacky che gli dormiva sempre sulle

gambe. Era una vita semplice ma mi piaceva. Mentre la signora quando

era lucida mi riempiva di complimenti, il conte era sempre silenzioso ma

mi guardava con aria compiaciuta. Ogni volta che mi sorrideva significa

‘benfatto’ e io ero contenta. Non mi sentivo meno. Non mi sentivo una

domestica. Mi sentivo parte della loro famiglia. Nessuna umiliazione da

parte loro. Non sentivo nessun distacco. Nessun senso di superiorità da

parte loro. C’era solo serenità, stima e tranquillità.

<<Pronto? Chi parla?>>.

<<Signor conte, buongiorno. Sono l’avvocato Maniace. L’affare è quasi

concluso…Servono solo le firme…>>.

<<Va bene…La ringrazio… A presto…>>. Il telefono cadde dalle mani del

conte sulla sua preziosa scrivania di faggio tutta intarsiata.

<<State bene signor Conte???>>.

<<Sì… Sono solo un po’ stanco>>.

Quella telefonata di mattina presto aveva turbato non poco il conte

Montalto.

<<Costanza perdonami! Questa mattina non uscirai con mia moglie. Ci

penserà Ahmed a lei. Io ti chiedo la cortesia di accompagnare me in un

posto. Sarebbe possibile?>>.

<< Certamente, signor conte!>>.

Che strano! Il signor Giorgio usciva sempre solo. Non voleva mai nessuno

con sé tranne Blacky, che si stava trasformando in un possente

cagnolone. Evidentemente c’era qualcosa che lo turbava e non si sentiva

bene. Presi la mia borsa e il guinzaglio ed entrammo tutti e tre in auto.

<<Dove ci stiamo dirigendo?>>.

<<Ora lo vedrai…>>.

Fu così che poco tempo dopo ci ritrovammo di fronte al bellissimo

castello normanno.

<<Ma è il castello???>>.

<<Sì… È il castello normanno dei Montalto… Da mille anni appartiene alla

mia famiglia…>>.

<<È meraviglioso! Da bambina ho sempre desiderato visitarlo…>>.

<<Ora potrai…>>.

Fu così che il signor conte aprì l’antico portone e mi fece entrare.

Attorno al possente mastio quadrato, costruito su una precedente torre

araba, si sviluppava la corte interna, protetta dalle antiche mura di cinta,

attraverso le quali eravamo entrati e dalle torri di guardia. Erano pietre

che raccontavano storie di battaglie e di guerrieri. Erano pietre che

raccontavano miti e verità. In pochi minuti raggiungemmo il primo piano

del mastio, l’antica residenza dei castellani. Le mura erano ricoperte da

colorati affreschi e adornati da preziosi arazzi medievali che

raccontavano le imprese dei Normanni in Sicilia contro gli Arabi e i

Bizantini. Vecchie armatura e armi da guerra completavano il quadro. Gli

arredi erano costituiti da tavoli, panche e cassapanche di legno. Ero

ritornata indietro nel tempo. Mi sentivo come se fossi una principessa

medievale. La meraviglia e lo stupore si erano impossessati di me.

<<Che bello se tutto questo si potesse restaurare e trasformarlo in un

luogo da visitare… Tale bellezza non andrebbe sprecata… Mi scusi signor

conte! Non volevo… È stato un pensiero ad alta voce>>.

<<Eppure sto per venderlo… Questo posto è tanto bello quanto

maledetto… Ma è solo colpa mia… Mia è della mia stupidità. Sono un

nobile di alto lignaggio… Nobile da generazione…Dovevo preservare la

purezza del sangue e del casato. Ma a che prezzo??? Ho condannato

all’infelicità due giovani e ho perso un figlio… Il mio unico figlio…>>.

Il signor Giorgio scoppiò in lacrime e si accasciò sullo scranno vicino al

tavolo. Blacky corse subito a consolarlo.

<<Signor conte ma di cosa state parlando?>>.

<<Costanza, per piacere. Avvicinati e aprì quello scrigno sul tavolo>>.

Io, confusa e perplessa, eseguii l’ordine. Aprì lo scrigno e uno spettacolo

si palesò dinnanzi ai miei occhi: un meraviglioso medaglione in oro,

dentro il quale era incastonato un cuore di preziosa ambra. Dietro si

poteva leggere una scritta in parte in arabo e in parte in latino.

<<Qui si legge: “Amor rerum ominium iniutium est…L’amore è l’inizio di

tutto… La parte in arabo non so… Ci vorrebbe Ahmed…>>.

>> L’amore è l’inizio di tutto che in arabo si scrive appunto الحب هو بداية

.<< ..

. شء كل

Il conte Montalto conosceva anche l’arabo. Ma per un nobile non

doveva essere strano.

<<Costanza quello che tieni in mano è il medaglione di Zahara, figlia

dell’ultimo emiro di Sicilia. Le fu donato dal marito Ruggero, primo

conte di Montalto. E questo castello fu costruito proprio per suggellare

la loro unione…>>.

<<Allora la leggenda è vera…>>.<<Sì, è tutto vero. Ma io trasformai quel medaglione, un tempo promessa d’amore e prosperità, in dolore e maledizione. Avevo un

unico figlio, Alberto. Era il mio vanto e il mio orgoglio. Sarebbe stato

anch’egli conte di Montalto e avrebbe ereditato tutto. Gli avevo già

organizzato anche il matrimonio con una giovane baronessa ma

qualcun’altra gli aveva già rapito il cuore… Caterina aveva assunto una

giovane domestica, bella e intelligente che attirò subito le attenzioni del

mio Alberto…Attenzioni oneste poiché in gran segreto la condusse

all’altare, facendola divenire sua sposa. Come dono di nozze, le regalò

appunto il medaglione di Zahara. In silenzio e senza di nulla, si stavano

preparando a lasciare il paese e a costruirsi una vita altrove. Caso volle

che ascoltassi una conversazione fortuita tra i due che mi fece ribollire il

sangue nelle vene tanto da prendere Alberto e picchiarlo fino a farlo

svenire. Era la prima volta che osavo alzare le mani contro qualcuno e

purtroppo lo feci contro il mio stesso sangue. Presi la ragazza, le

strappai il medaglione dal collo e gli intimai di andare via, altrimenti

avrei chiamato la polizia e l’avrei fatta arrestare con l’accusa di furto. Lei

si buttò su Alberto e gridava poiché non lo voleva lasciare. Dovetti

chiamare due domestici per portarla via. Seppi dopo che la portarono a

casa di una sua zia. Quando Alberto riprese i sensi, mi chiese subito di

sua moglie e mi maledisse poiché tenevo più al titolo che alla felicità di

suo figlio. Gli dissi che doveva dimenticare sua moglie perché l’avevo

fatta arrestare. Infuriato, Alberto uscì di casa e prese l’auto per cercare

la ragazza. Fu l’ultima volta che vidi mio figlio vivo. Pochi minuti dopo si

schiantò contro un albero e finì giù nel burrone…>>.

<<Conte mi dispiace…Io non sapevo nulla…>>.

<<Cara Costanza… La vita è strana… Alberto è morto maledicendomi. Mi

ha detto che sarei morto solo e senza amore…Eppure qualche mese fa il

cielo ha voluto darmi una seconda possibilità… Il cielo mi ha donato

te…>>.

<<Ma io cosa c’entro?>>.

<<Tu, mia cara, tu sei Costanza contessa di Montalto, figlia di Alberto di

Montalto e mia nipote… La ragazza che aveva sposato tuo padre era tua

madre Beatrice. Dopo l’incidente, appena ci fummo ripresi, tua nonna

Caterina mi pregò di cercare Beatrice a cui voleva bene e di farla tornare

a casa. Ma tua madre, fiera e orgogliosa, si rifiutò categoricamente

ritenendomi l’unico responsabile della sua infelicità. Un anno dopo

scoprii che aveva partorito una bambina e mi precipitai a darle dei soldi

e a rendermi disponibile per coprire tutte le spese per la crescita della

neonata. Ancora una volta, ella si rifiutò categoricamente e mi ribadì

che era meglio crescere in povertà ma con amore vero e valori. E fu così.

A tua nonna non ho mai detto nulla della tua esistenza poiché pensavo

che sarebbe stato un ulteriore motivo di odio nei miei confronti poiché

se lei non aveva più il suo Alberto era soltanto colpa mia. Poi qualche

mese fa sei apparsa e io ne ho approfittato per fare ammenda dei miei

errori… Tu con la tua bontà, semplicità e intelligenza ci hai riportato alla

vita prendendoti cura di noi senza secondi fini… Mia dolce Costanza

potrai mai perdonarmi???>>.

Il vecchio signore mi prese le mani e me li bacio, inginocchiandosi e

sussurrandomi parole di perdono. Ora tutto mi era chiaro. Avevo

scoperto chi ero e cosa avessero patito i miei genitori. Il vecchio conte,

nonostante la mole, sembrava indifeso come un bambino. Lo aiutai ad

alzarsi e lo abbracciai.

<<Nonno, mio caro nonno Giorgio…Io ti perdono ma perdonati anche

tu…Hai capito i tuoi errori e ora ci sarà un nuovo inizio… Ci sarà un

nuovo inizio per tutti noi ma ad una condizione…>>.

<<Quale condizione?>>.

<<Non venderai il nostro castello… Siamo intesi???>>.

<<Come desidera contessa di Montalto!!!>>. E il conte scoppiò nella sua

tipica fragorosa risata.

Nei mesi successivi, ritrovata la mia famiglia e le mie origini, in onore

dei miei genitori e di Zahara e Ruggero, sfruttando la mia passione,

decisi di restaurare il castello e renderlo un luogo di turismo. Vi fondai

anche un piccolo laboratorio di restauro per tutti quelli che volevano

intraprendere questa nobile arte.

A quarant’anni avevo ritrovato me stessa. Avevo capito che per

ritrovarsi era importante perdersi. Avevo trovato la mia strada.

Io ero Costanza, contessa di Montalto e quello era il mio castello

normanno.

Di Salvatore Cultraro

Nato ad Acate. Nel 1986, ha conseguito la specializzazione quale Educatore per disabili in età evolutiva. Dal 1988 dirige il Centro di differenziazione didattica per disabili di Acate. Giornalista pubblicista, dal 1984 al 1990 ha collaborato con il Giornale di Sicilia di Palermo, dal 1991 al 2003 con la Gazzetta del Sud di Messina e dal 2004 al 2008 con la Sicilia di Catania. Nel 2009 ha diretto la redazione giornalistica dell’emittente televisiva locale “Free TV” di Comiso. Inoltre ha diretto il periodico "I 4 Canti" e dal 2001 al 2009 ha tenuto Corsi di Giornalismo presso le scuole elementari e medie di Acate e Vittoria. Appassionato di storia locale, negli anni Ottanta ha pubblicato alcune sue ricerche sulla presenza nel territorio di Acate di alcuni importanti siti rurali risalenti al periodo geco-romano e medioevale. Nel dicembre del 2013 ha dato alle stampe, unitamente al prof. Antonio Cammarana di Acate, un volumetto sull’antico Lavatoio Pubblico di contrada “Canale”.

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