Redazione Due, 29 dicembre 2025. Riceviamo e pubblichiamo questo racconto edito dalla professoressa Giovanna Carbonaro, in occasione dell’Edizione 2025 del Premio Letterario “Hiscor”, organizzato dal Circolo di Conversazione di Acate.Un racconto dedicato alla memoria del compianto professore Antonio Cammarana e “alla valorizzazione dei beni culturali acatesi”.
“Il castello normanno” di Giovanna Carbonaro
<<E quindi che intenzioni hai???>>.
<<Vado via…Per sempre…>>.
<<Cosa??? Sei una povera pazza…>>.
<<Pazza??? Sì, lo sono stata… Sono stata una povera pazza a stare con te
tutti questi anni. Sono stata una folle a farmi umiliare da te e da tua
madre per così lungo tempo. Ho rinunciato al mio lavoro e al mio mondo
per amor tuo… Ma tu che ne sai dell’amore e del rispetto? Che ne sai della
considerazione e della compassione? Che ne sai della pazienza e del
sacrificio??? Vi alzate la mattina, serviti, riveriti e come padroni del
mondo, iniziate a comandare… Credete che tutto vi sia dovuto perché
siete ricchi e potenti e non avete considerazione alcuna al di fuori della
vostra persona. Vi ho visto trattare le persone con sufficienza, denigrarle
e a convenienza distruggerle, senza tener conto delle conseguenze sulle
loro vite e delle loro famiglie… E lo avete fatto anche me…Non sono mai
stata abbastanza per voi… E io vi ho permesso di calpestarmi…Ma adesso
il cielo ci ha puniti…Il mio bambino non c’è più…>>.
<<Sei pazza Costanza!!! È solo colpa tua… Aveva ragione mia madre a non
volere che ti sposassi…>>.
<<Tua madre… Tua madre aveva ragione??? Forse sì, aveva ragione a
pensarlo… Aveva ragione perché ho scoperto che era una poco di buono
che ha sposato tuo padre solo per interessi e vi ha reso la vita un inferno…
Le interessano solo il lusso e i soldi… E tu ne sei il triste risultato… Che ne
sa lei dei sacrifici? Che ne sa lei del lavoro duro? Che ne sa lei della vita
vera??? Certo io sono solo una povera ragazza che si è fatta da sé… Sono
orfana, ho fatto i lavori più umili ma nel negozio di antiquariato dove
facevo la restauratrice ero felice… Ero felice della mia vita… Della vita che
poco più che ventenne ero riuscita a costruirmi. Poi sei arrivato tu, che ti
sei presentato come l’uomo dei sogni ma alla fine ti sei rivelato un uomo
da nulla… Ero affamata d’amore, ero bisognosa di affetto e di riscatto
1sociale… Ma ho sbagliato tutto. Ho sbagliato a vedere in te la mia
salvezza…E l’ho capito tardi… Ci sono voluti dieci lunghi anni per capire
che non avevo bisogno di te… Che non eri tu quello che volevo. Eccoti
carte di credito, chiavi di casa e dell’auto. Non voglio nulla. Tutti i gioielli,
i vestiti e le borse poi tranquillamente regalarle alle tue amanti. Qui ci
sono le carte del divorzio. Mi sono accordata già con i tuoi avvocati. Non
pretendo e non chiedo nulla. Chiedo solo la cortesia che una volta uscita
da quella porta, tu abbia la dignità di non cercarmi mai più. Addio… E
grazie per la non curanza che hai dimostrato nei miei confronti…>>.
Lasciai così la villa del mio ex marito e, con un borsone, una felpa, un
jeans e pochi soldi dietro, mi diressi senza remore verso l’aeroporto. Ero
di nuovo libera. Ero di nuovo me stessa. Dopo molto tempo avevo deciso
con la mia testa. D’ora innanzi nessuno più mi avrebbe comandato.
Nessuno mi avrebbe detto come vestire, come agire, come comportarmi,
cosa non dire. La vita falsa e ipocrita dei ricchi e dei potenti non mi
apparteneva. La mia povera mamma aveva fatto la domestica a casa di
ricchi signori, che incolpandola ingiustamente di un furto, la licenziarono
e la cacciarono via. Poco dopo aveva scoperto di aspettare me. Dopo la
mia nascita iniziò a fare le pulizie per poterci mantenere. Eravamo noi
due solamente e la vecchia zia ‘Nzina, di cui alla sua morte ereditammo
la sua piccola casa, che io chiamavo affettuosamente ‘la catapecchia’. Di
mio padre non ho mai saputo nulla. So solo che non si fece più vivo dal
giorno in cui scoprì che era stata concepita. Mia mamma non ha mai
voluto dire nulla al riguardo. Tagliava la discussione dicendomi:<<Tu non
hai padre!!!>>. Ma i suoi occhi silenziosi urlavano di dolore e verità non
dette. Doveva essere bella mia mamma da ragazzina. Bella e gioiosa.
Eppure io l’ho conosciuta imbruttita, magra, col viso segnato dalle rughe
e con i capelli grigi anche se era ancora una giovane donna. Era sempre
silenziosa e nonostante la fatica, non l’ho mai sentita lamentare. Mi
ricordo che dopo scuola nel pomeriggio mi portava con sé. Stavo in un
angolino a fare i compiti e dopo aver finito, mentre aspettavo che
terminasse, prendevo il mio album e iniziavo a disegnare. Amavo
prendere la matita e dare sfogo alla mia fantasia. Un giorno il mio
professore d’arte mi disse che mi “vedeva bene” all’Accademia di belle
arti di Catania e ne parlò anche con mia madre. Fu così che lei si impegnò
a trovare altre case da pulire per farmi studiare. Quando diventai più
grande (forse ero in prima liceo), iniziai anche io a fare le pulizie. Così,
mentre le mie coetanee si divertivano, il pomeriggio l’aiutavo con il
lavoro. Vedevo le mie compagne di scuole con abiti e scarpe firmati,
mentre io con roba scadente comprata al mercatino. Provavo tanta
vergogna e nella mia testa maledicevo mia mamma per avermi fatto
nascere in quelle condizioni. Ma quando eravamo a pulire insieme e la
vedevo impegnarsi, il cuore mi si stringeva e provavo vergogna per me
stessa e per la mia ingratitudine. Era difficile vivere così. Ma quando si è
giovani e si vuole tutto non è facile comprendere. E a volte la
consapevolezza arriva dopo e spesso quando è ormai troppo tardi. Gli
anni del liceo volarono in fretta e finalmente andai all’università a
Catania. Trovai anche lavoro presso un bellissimo e prestigioso negozio di
antiquariato. Dapprima come commessa e poi, dopo che il titolare si
accorse delle mie velleità artistiche, mi introdusse nel laboratorio e piano
piano imparai l’arte del restauro. Riportare agli antichi splendori mobili o
quadri era qualcosa di elettrizzante. Mi sentivo fiera di me stessa. Fiera
perché così mia madre dopo anni di sacrificio poteva lavorare di meno.
Con i primi guadagni comprai per me e per lei abiti, scarpe e borse e la
portavo qualche volta dalla parrucchiera. Dei meritati regali per tutto
quello che avevamo patito. Così il primo anno all’Accademia andò
benissimo, ma l’arte del restauro mi chiamava. Era quella la mia strada.
Curare ciò che era malandato per riportarlo allo splendore di un tempo.
Così cambiai indirizzo e mi iscrissi in Conservazione e Restauro dei Beni
culturali. Quattro anni dopo raggiunsi l’ambito traguardo della laurea ma
lo stesso giorno persi anche mia mamma per un infarto. Il suo cuore non
aveva retto nonostante avesse solo quarantacinque anni. Non si era mai
curata come doveva perché aveva pensato solo a mantenere me e a
darmi un futuro. C’era riuscita. Avevo solo ventitré anni quando rimasi
completamente sola. Ma avevo un lavoro e una vita piena di
insegnamenti fornitemi da mia madre, che mi aveva dimostrato che con
3il sacrificio e la forza di volontà si può cambiare il proprio destino. Mi
buttai a capofitto nel lavoro fino a diventare socia del mio titolare. Giorno
dopo giorno, con le mie mani riportavo in auge vetusti oggetti, mobili
settecenteschi, quadri… Nel giorno del mio trentesimo compleanno, il
signor Antonio per ringraziarmi di aver dato lustro al suo negozio,
organizzò una festa invitando gente importante. Fu lì che conobbi il mio
ex marito. Rampollo di una ricca famiglia mi fece credere alla favola
atavica del principe azzurro. Così in poche settimane, accecata d’amore,
lasciai il mio lavoro, misi in vendita la casa della zia ‘Nzina e mi sposai,
lasciando la mia terra. Ma la mia non fu una favola e ora a quasi
quarant’anni mi ritrovo qui, sola e senza nulla, su di un aereo che mi
riporta a casa. Arrivata all’aeroporto, presi un bus che mi portava direttamente al mio
paesello. Arroccato sulle montagne, era un borgo antico di cinque mila
anime. Il suo simbolo era un castello normanno che svettava su tutto e
che nascondeva miti e leggende. La storia che più mi piaceva ascoltare
quando da bambina era quella di Zahara, figlia di uno degli ultimi emiri di
Sicilia che per amore aveva tradito il padre e l’Islam e si era convertita per
sposare un conte normanno. La loro unione fu suggellata dalla
costruzione dell’antico maniero. Quando lo raggiunsi era ormai notte
fonda. Il bus mi lasciò in piazza. Non c’era anima viva intorno. Solo
silenzio. Tutto era chiuso. Non sapevo dove andare. Dove bussare. Così
scoppiai in un pianto liberatorio. Ero di nuovo a casa. Iniziò anche a
piovere. Il cielo piangeva con me. Erano i primi di marzo. Non c’era
freddissimo ma l’aria era ancora pungente. Ad un certo punto sentii
piangere. Sembrava il pianto di un bambino. Ma all’improvviso
dall’angolo tutto inzuppato spuntò un batuffolo nero. Era un cucciolo di
cane. Subito venne verso di me. Lo presi in braccio e lo coprii con la mia
giacca per riscaldarlo. Pensai subito al mio bambino mai nato e vidi in
questo piccolo scricciolo un segno del destino. Lui sicuramente aveva
perso la sua mamma. Io avevo perso mio figlio.
<<Sarai il mio Blacky!!!>> gli sussurrai mentre lo battezzavo con il suo
nome e accogliendolo come un dono dal cielo. Alla fine ci
addormentammo stremati e bagnati rannicchiati vicino lo stipite
dell’antico portone vicino al porticato, sotto cui avevo trovato riparo.
<<Beatrice, figghia mia!!! Ma che ci fai qui??? Giorgio!!! Giorgio!!! È
tornata Beatrice!!!>>.
Le urla di un’anziana signora mi svegliarono. Blaky, il piccolo batuffolo
nero, si era improvvisamente animato e festante passò tra le gambe
traballanti dell’elegante sconosciuta e si infilò dentro le mura di quello
che era un palazzo nobiliare restaurato.
<<No, signora! Non sono Beatrice…>>.
<<Sì! Tu sei la mia cara Beatrice… Alberto ti amava molto…Ti ricordi
Alberto???>>.
<<Signora Caterina!!! Cosa ci fate fuori???>>.
<<Ahmed è tornata Beatrice…La mia Beatrice…>>.
Ahmed era il badante della signora. Prontamente prese per il braccio
l’anziana donna, che aveva iniziato ad agitarsi e mi fece cenno di seguirli
e assecondarla nei suoi discorsi deliranti.
L’uomo, egiziano sui cinquant’anni, mi fece accomodare in cucina e mi
disse di aspettare lì e di servirmi con i biscotti e il the che aveva preparato
pocanzi.
<<Signora accanto al mobiletto ci sono anche dei croccantini per il
cagnolino… Prendeteli pure e sfamate anche quella povera anima. Io
metto al letto la padrona. Con permesso…>>. Feci come mi dissi. Presi un
piattino dalla dispensa e lo riempii di crocchette. Blacky vi si fiondò come
un fulmine. Era affamato. E lo ero anch’io. Iniziai a gustare i biscotti e a
sorseggiare la bevanda. Tutto era così buono. Ad un certo punto Blacky
mi saltò sulle gambe spaventato. Sulla porta era apparso un omone con
capelli e barba bianca. Sembrava un antico guerriero vichingo.
<<Buongiorno. Sono Giorgio… Sono il conte Giorgio Di Montalto. E voi
siete?>>.
Mi alzai di scatto e con un filo di voce riuscii a dire: <<Mi chiamo Costanza
Fornaro e sono…>>.
<<Sei la figlia di Beatrice, la domestica…>>. Mi interruppe così l’anziano
signore con un tono tra il serio e lo sprezzante. Doveva essere alto almeno
due metri. Aveva barba e capelli curatissimi e argentei come la luna.
Giacca da notte blu, camicia bianca dal colletto perfettamente inamidato,
cinto da un foulard di seta color amaranto e pantaloni in velluto grigio
fumo. Un signore d’altri tempi. Era l’emblema perfetto del nobile.
Gentilmente mi fece accomodare e, sedutosi accanto a me e versatosi
anch’egli del té, mi pregò di raccontargli tutta la mia storia. Titubante e
quasi imbarazzata, iniziai la narrazione di ciò che era stata la mia vita.
<<E quindi adesso sei tornata ma non hai nulla…>>.
<<No, signor conte. La casa di zia ‘Nzina l’ho venduta. Non ho un posto
dove stare. Non ho un lavoro. Nulla… Devo partire da zero…>>.
<<Senti Costanza…Ho una proposta da farti…So bene che può sembrarti
strano o alquanto sconveniente ma ascolta… Io e mia moglie siamo due
anziani e abbiamo bisogno di aiuto. Ahmed è bravissimo ma abbiamo
bisogno anche di una donna, soprattutto per Caterina… Che ne diresti se
ti assumessi come aiuto per Ahmed con vitto, alloggio e uno stipendio
mensile? La casa è grande ma come vedi del palazzo usiamo pochissime
stanze. Ci sarà un po’ da pulire, far da mangiare e le commissioni… E stare
con mia moglie… Ha l’alzheimer come hai potuto capire… Accetti?>>.
<<Io… Accetterò ad una sola condizione…>>.
<<Avanza pure la tua condizione…>>.
<<Accetterò la sua proposta solo se potrò tenere Blacky…>>.
L’anziano conte scoppiò in una fragorosa risata e, annuendo, fece balzare
sulle sue gambe il batuffolo nero. Dopo tanto tempo, il mio cuore si
sentiva sollevato. Un altro dono dal cielo. Un’ opportunità di lavoro e un
tetto sopra la testa. Mi rimboccai subito le maniche e cercai di
organizzarmi nel migliore dei modi. Il conte Montalto aveva riposto
fiducia in me. E non mi sentivo di deluderlo. Organizzai le nostre giornate
preparando dapprima la colazione e poi preparavo la signora Caterina per
andare in giro e sbrigare le varie commissioni. Ogni giorno le facevo
indossare un vestito diverso. Ne aveva tantissimi, uno più bello dell’altro.
Come le sue scarpe e le sue borse. Al pranzo ci pensava Ahmed con cui ci
dividevamo le pulizie. Il giardino e la cura dei suoi splendidi fiori mi era
tuttavia precluso. Ahmed era geloso e voleva pensarci solo lui. Mi
permetteva però di usarlo e nei pomeriggi portavo la signora fuori e la
facevo dipingere mentre io disegnavo come quando ero bambina. La sera
invece preparavo la cena e poi andavamo nella bellissima biblioteca dove
leggevo ad alta voce i romanzi alla signora Caterina e al signor Giorgio,
che, fumando una pipa, accarezzava Blacky che gli dormiva sempre sulle
gambe. Era una vita semplice ma mi piaceva. Mentre la signora quando
era lucida mi riempiva di complimenti, il conte era sempre silenzioso ma
mi guardava con aria compiaciuta. Ogni volta che mi sorrideva significa
‘benfatto’ e io ero contenta. Non mi sentivo meno. Non mi sentivo una
domestica. Mi sentivo parte della loro famiglia. Nessuna umiliazione da
parte loro. Non sentivo nessun distacco. Nessun senso di superiorità da
parte loro. C’era solo serenità, stima e tranquillità.
<<Pronto? Chi parla?>>.
<<Signor conte, buongiorno. Sono l’avvocato Maniace. L’affare è quasi
concluso…Servono solo le firme…>>.
<<Va bene…La ringrazio… A presto…>>. Il telefono cadde dalle mani del
conte sulla sua preziosa scrivania di faggio tutta intarsiata.
<<State bene signor Conte???>>.
<<Sì… Sono solo un po’ stanco>>.
Quella telefonata di mattina presto aveva turbato non poco il conte
Montalto.
<<Costanza perdonami! Questa mattina non uscirai con mia moglie. Ci
penserà Ahmed a lei. Io ti chiedo la cortesia di accompagnare me in un
posto. Sarebbe possibile?>>.
<< Certamente, signor conte!>>.
Che strano! Il signor Giorgio usciva sempre solo. Non voleva mai nessuno
con sé tranne Blacky, che si stava trasformando in un possente
cagnolone. Evidentemente c’era qualcosa che lo turbava e non si sentiva
bene. Presi la mia borsa e il guinzaglio ed entrammo tutti e tre in auto.
<<Dove ci stiamo dirigendo?>>.
<<Ora lo vedrai…>>.
Fu così che poco tempo dopo ci ritrovammo di fronte al bellissimo
castello normanno.
<<Ma è il castello???>>.
<<Sì… È il castello normanno dei Montalto… Da mille anni appartiene alla
mia famiglia…>>.
<<È meraviglioso! Da bambina ho sempre desiderato visitarlo…>>.
<<Ora potrai…>>.
Fu così che il signor conte aprì l’antico portone e mi fece entrare.
Attorno al possente mastio quadrato, costruito su una precedente torre
araba, si sviluppava la corte interna, protetta dalle antiche mura di cinta,
attraverso le quali eravamo entrati e dalle torri di guardia. Erano pietre
che raccontavano storie di battaglie e di guerrieri. Erano pietre che
raccontavano miti e verità. In pochi minuti raggiungemmo il primo piano
del mastio, l’antica residenza dei castellani. Le mura erano ricoperte da
colorati affreschi e adornati da preziosi arazzi medievali che
raccontavano le imprese dei Normanni in Sicilia contro gli Arabi e i
Bizantini. Vecchie armatura e armi da guerra completavano il quadro. Gli
arredi erano costituiti da tavoli, panche e cassapanche di legno. Ero
ritornata indietro nel tempo. Mi sentivo come se fossi una principessa
medievale. La meraviglia e lo stupore si erano impossessati di me.
<<Che bello se tutto questo si potesse restaurare e trasformarlo in un
luogo da visitare… Tale bellezza non andrebbe sprecata… Mi scusi signor
conte! Non volevo… È stato un pensiero ad alta voce>>.
<<Eppure sto per venderlo… Questo posto è tanto bello quanto
maledetto… Ma è solo colpa mia… Mia è della mia stupidità. Sono un
nobile di alto lignaggio… Nobile da generazione…Dovevo preservare la
purezza del sangue e del casato. Ma a che prezzo??? Ho condannato
all’infelicità due giovani e ho perso un figlio… Il mio unico figlio…>>.
Il signor Giorgio scoppiò in lacrime e si accasciò sullo scranno vicino al
tavolo. Blacky corse subito a consolarlo.
<<Signor conte ma di cosa state parlando?>>.
<<Costanza, per piacere. Avvicinati e aprì quello scrigno sul tavolo>>.
Io, confusa e perplessa, eseguii l’ordine. Aprì lo scrigno e uno spettacolo
si palesò dinnanzi ai miei occhi: un meraviglioso medaglione in oro,
dentro il quale era incastonato un cuore di preziosa ambra. Dietro si
poteva leggere una scritta in parte in arabo e in parte in latino.
<<Qui si legge: “Amor rerum ominium iniutium est…L’amore è l’inizio di
tutto… La parte in arabo non so… Ci vorrebbe Ahmed…>>.
>> L’amore è l’inizio di tutto che in arabo si scrive appunto الحب هو بداية
.<< ..
. شء كل
Il conte Montalto conosceva anche l’arabo. Ma per un nobile non
doveva essere strano.
<<Costanza quello che tieni in mano è il medaglione di Zahara, figlia
dell’ultimo emiro di Sicilia. Le fu donato dal marito Ruggero, primo
conte di Montalto. E questo castello fu costruito proprio per suggellare
la loro unione…>>.
<<Allora la leggenda è vera…>>.<<Sì, è tutto vero. Ma io trasformai quel medaglione, un tempo promessa d’amore e prosperità, in dolore e maledizione. Avevo un
unico figlio, Alberto. Era il mio vanto e il mio orgoglio. Sarebbe stato
anch’egli conte di Montalto e avrebbe ereditato tutto. Gli avevo già
organizzato anche il matrimonio con una giovane baronessa ma
qualcun’altra gli aveva già rapito il cuore… Caterina aveva assunto una
giovane domestica, bella e intelligente che attirò subito le attenzioni del
mio Alberto…Attenzioni oneste poiché in gran segreto la condusse
all’altare, facendola divenire sua sposa. Come dono di nozze, le regalò
appunto il medaglione di Zahara. In silenzio e senza di nulla, si stavano
preparando a lasciare il paese e a costruirsi una vita altrove. Caso volle
che ascoltassi una conversazione fortuita tra i due che mi fece ribollire il
sangue nelle vene tanto da prendere Alberto e picchiarlo fino a farlo
svenire. Era la prima volta che osavo alzare le mani contro qualcuno e
purtroppo lo feci contro il mio stesso sangue. Presi la ragazza, le
strappai il medaglione dal collo e gli intimai di andare via, altrimenti
avrei chiamato la polizia e l’avrei fatta arrestare con l’accusa di furto. Lei
si buttò su Alberto e gridava poiché non lo voleva lasciare. Dovetti
chiamare due domestici per portarla via. Seppi dopo che la portarono a
casa di una sua zia. Quando Alberto riprese i sensi, mi chiese subito di
sua moglie e mi maledisse poiché tenevo più al titolo che alla felicità di
suo figlio. Gli dissi che doveva dimenticare sua moglie perché l’avevo
fatta arrestare. Infuriato, Alberto uscì di casa e prese l’auto per cercare
la ragazza. Fu l’ultima volta che vidi mio figlio vivo. Pochi minuti dopo si
schiantò contro un albero e finì giù nel burrone…>>.
<<Conte mi dispiace…Io non sapevo nulla…>>.
<<Cara Costanza… La vita è strana… Alberto è morto maledicendomi. Mi
ha detto che sarei morto solo e senza amore…Eppure qualche mese fa il
cielo ha voluto darmi una seconda possibilità… Il cielo mi ha donato
te…>>.
<<Ma io cosa c’entro?>>.
<<Tu, mia cara, tu sei Costanza contessa di Montalto, figlia di Alberto di
Montalto e mia nipote… La ragazza che aveva sposato tuo padre era tua
madre Beatrice. Dopo l’incidente, appena ci fummo ripresi, tua nonna
Caterina mi pregò di cercare Beatrice a cui voleva bene e di farla tornare
a casa. Ma tua madre, fiera e orgogliosa, si rifiutò categoricamente
ritenendomi l’unico responsabile della sua infelicità. Un anno dopo
scoprii che aveva partorito una bambina e mi precipitai a darle dei soldi
e a rendermi disponibile per coprire tutte le spese per la crescita della
neonata. Ancora una volta, ella si rifiutò categoricamente e mi ribadì
che era meglio crescere in povertà ma con amore vero e valori. E fu così.
A tua nonna non ho mai detto nulla della tua esistenza poiché pensavo
che sarebbe stato un ulteriore motivo di odio nei miei confronti poiché
se lei non aveva più il suo Alberto era soltanto colpa mia. Poi qualche
mese fa sei apparsa e io ne ho approfittato per fare ammenda dei miei
errori… Tu con la tua bontà, semplicità e intelligenza ci hai riportato alla
vita prendendoti cura di noi senza secondi fini… Mia dolce Costanza
potrai mai perdonarmi???>>.
Il vecchio signore mi prese le mani e me li bacio, inginocchiandosi e
sussurrandomi parole di perdono. Ora tutto mi era chiaro. Avevo
scoperto chi ero e cosa avessero patito i miei genitori. Il vecchio conte,
nonostante la mole, sembrava indifeso come un bambino. Lo aiutai ad
alzarsi e lo abbracciai.
<<Nonno, mio caro nonno Giorgio…Io ti perdono ma perdonati anche
tu…Hai capito i tuoi errori e ora ci sarà un nuovo inizio… Ci sarà un
nuovo inizio per tutti noi ma ad una condizione…>>.
<<Quale condizione?>>.
<<Non venderai il nostro castello… Siamo intesi???>>.
<<Come desidera contessa di Montalto!!!>>. E il conte scoppiò nella sua
tipica fragorosa risata.
Nei mesi successivi, ritrovata la mia famiglia e le mie origini, in onore
dei miei genitori e di Zahara e Ruggero, sfruttando la mia passione,
decisi di restaurare il castello e renderlo un luogo di turismo. Vi fondai
anche un piccolo laboratorio di restauro per tutti quelli che volevano
intraprendere questa nobile arte.
A quarant’anni avevo ritrovato me stessa. Avevo capito che per
ritrovarsi era importante perdersi. Avevo trovato la mia strada.
Io ero Costanza, contessa di Montalto e quello era il mio castello
normanno.

