Acate. 03.07.2026
Sono trascorsi quattro anni dalla scomparsa di Daouda Diane, il lavoratore ivoriano di cui si sono perse le tracce il 2 luglio 2022 ad Acate, nel ragusano. Una vicenda che continua a interrogare le coscienze e che, ancora oggi, attende risposte.
A riportare l’attenzione sul caso è stato Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione ed ex direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, da tempo impegnato nella denuncia dello sfruttamento lavorativo e del fenomeno del caporalato. In un suo intervento pubblicato sulla stampa, Giordano invita a non dimenticare la storia di Daouda, simbolo di una realtà che coinvolge migliaia di lavoratori impiegati nei campi italiani.
Prima della sua scomparsa, Daouda aveva diffuso alcuni video nei quali raccontava le condizioni di lavoro e denunciava presunte situazioni di sfruttamento e di scarsa sicurezza. Pochi giorni dopo quei messaggi, dell’uomo si sono perse completamente le tracce. Da allora, familiari, amici e associazioni continuano a chiedere che venga fatta piena luce sulla vicenda.
Per Giordano, il caso rappresenta molto più della storia di un singolo lavoratore. È il riflesso di un sistema che troppo spesso lascia invisibili coloro che garantiscono una parte fondamentale della produzione agricola italiana. Persone che vivono e lavorano in condizioni difficili, esposte al rischio di sfruttamento, precarietà e isolamento.
L’ex Direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro richiama inoltre il concetto di “operaicidio”, termine con cui descrive le morti sul lavoro e le tragedie che colpiscono i lavoratori quando la sicurezza viene sacrificata o ignorata. Un fenomeno che, secondo il magistrato, richiede un cambiamento culturale oltre che un rafforzamento dei controlli e della tutela dei diritti.
Nel caso di Daouda Diane, però, non si parla soltanto di sicurezza sul lavoro. Rimane aperta una domanda che, a distanza di quattro anni, continua a non trovare risposta: che cosa è accaduto a quel giovane operaio?
Il ricordo della sua storia diventa così un invito a non abbassare l’attenzione. Perché ogni lavoratore ha diritto non solo a condizioni dignitose e sicure, ma anche alla verità quando una vita scompare nel nulla.
La vicenda di Daouda Diane resta una ferita aperta per il territorio ragusano e per l’intero Paese, ricordando quanto sia ancora necessario contrastare lo sfruttamento del lavoro e garantire che nessuna persona venga dimenticata.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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