Sorrentino, a giudizio del sottoscritto, è di gran lunga il miglior regista italiano esistente, al netto di qualche passaggio minore come nelle due ultime opere ambientate nella sua Napoli.
Ho riflettuto molto sulla sinossi del nuovo film presentato a Venezia, che racconta di un Presidente della Repubblica a fine mandato che deve decidere su due richieste di grazia riguardanti una donna colpevole di aver assassinato il marito violento nel sonno con una raffica di coltellate e un professore di storia che ha ucciso la moglie ormai consumata dall’Alzheimer, per risparmiarle un’agonia senza fine.
Il titolo del film, tuttavia, va interpretato nel suo significato letterale. La grazia, nella cultura cattolica, è sinonimo di perdono. Perdono che innanzitutto va esercitato con se stessi, per gli errori che inevitabilmente commettiamo e di cui dobbiamo fare ammenda. Non è facile perdonare se stessi, poiché è un esercizio che richiede tempo, consapevolezza che gli sbagli del passato non si possono cambiare e tanto sforzo interiore. Ma la grazia, o il perdono, deve necessariamente essere esercitato nei confronti del prossimo, di chi ti ha deluso, di chi ti ha fatto male. Al contrario, non perdonare e portare avanti un atteggiamento di astio e rancore, è controproducente, inquina l’animo e lo corrode. In questo senso metaforico io interpreto il titolo di questo film già osannato dalla critica e che non vedo l’ora di vedere e rivedere.
