Sempre più spesso i media affrontano temi legati al disagio giovanile, come il bullismo, lo scarso rendimento scolastico o la dipendenza da videogiochi e smartphone. Ma c’è un altro fenomeno preoccupante che ormai dilaga nel mondo, i cosiddetti Hikikomori.

Questo termine è stato coniato in Giappone e significa letteralmente “stare in disparte”. Si riferisce ai giovani che decidono di isolarsi volontariamente dal mondo, chiudendosi nella propria stanza per mesi o anni, rinunciando alla scuola, al lavoro e a qualsiasi contatto sociale diretto.

Seppur si tratta di un fenomeno nato nel Sol Levante, in Italia ha trovato terreno fertile tra gli adolescenti, raggiungendo cifre allarmanti. Secondo le stime dell’Associazione Hikikomori Italia, sarebbero almeno 100.000 i casi potenziali nel nostro Paese.

È inutile negare che parte della responsabilità ricade sui genitori che, per vergogna o per un apparente senso di protezione, tendono a nascondere il problema. Ma vi sono, altresì, cause molteplici, dalla fragilità psicologica che conduce ad ansia sociale e depressione, al nostro mondo basato sulla competizione, che premia l’efficienza e lascia indietro chi non riesce a stare al passo.

È profondamente ingiusto qualificare gli hikikomori come pigri o viziati, ma occorre prendere atto che nella maggior parte dei casi sono persone in difficoltà che hanno bisogno di percorsi su misura.

Tuttavia, in Italia mancano ancora protocolli standardizzati per affrontare il fenomeno e i tagli alla spesa sanitaria messi in atto dal Governo non aiutano di certo questi ragazzi che avrebbero solo bisogno di cure adeguate, ma soprattutto di ascolto e comprensione. Per uscire dal guscio in cui si sono cacciati e tornare a vivere.

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