15.02.2026
Negli ultimi giorni il confronto tra il Ministro della Giustizia Carlo Nordio e il Procuratore Nicola Gratteri ha superato i confini del normale dibattito istituzionale, trasformandosi in uno scontro dai toni personali che lascia interdetti molti cittadini.
Se le parole di Gratteri sono state oggetto di critiche severe e giustamente sottoposte a scrutinio pubblico, altrettanto non può dirsi delle recenti dichiarazioni del Guardasigilli, che ha parlato di “limiti della decenza” superati e ha definito il Consiglio Superiore della Magistratura un “verminaio”, evocando addirittura un “sistema para-mafioso”.
Chi ricopre un ruolo di vertice nelle istituzioni ha un onere supplementare: quello della misura. Il Ministro della Giustizia non è un commentatore politico qualsiasi, ma il rappresentante del Governo responsabile dell’ordinamento giudiziario. Quando utilizza espressioni come “uscita di senno” o propone esami psicoattitudinali e psichiatrici per magistrati “in uscita”, il rischio non è solo quello di alimentare la polemica, ma di scivolare in un terreno che mina il rispetto reciproco tra poteri dello Stato.
Se è vero che il dibattito può essere anche duro, è altrettanto vero che esiste una linea sottile tra la critica e la delegittimazione personale. E quella linea, negli ultimi interventi pubblici, sembra essere stata oltrepassata.
Colpisce soprattutto un aspetto: quando dichiarazioni sopra le righe provengono da un magistrato, il richiamo alla sobrietà e alla responsabilità istituzionale è immediato e condiviso. Ma quando i toni si accendono dal lato dell’esecutivo, il metro di giudizio sembra cambiare.
Definire il Csm un “verminaio” non è una semplice critica politica a un sistema di correnti o a dinamiche interne. È un giudizio che investe l’intera istituzione, composta da magistrati e membri laici, e che rischia di alimentare nell’opinione pubblica un senso di sfiducia generalizzata verso l’organo di autogoverno della magistratura.
Eppure proprio la fiducia nelle istituzioni è un bene fragile, che richiede equilibrio, ponderazione e rispetto reciproco.
Al di là delle posizioni di merito, ciò che appare più preoccupante è la rappresentazione pubblica di uno scontro continuo, personale, carico di insinuazioni e giudizi trancianti.
Gli italiani assistono a questo botta e risposta come spettatori inermi di un teatro politico che poco ha a che fare con le riforme, con l’efficienza della giustizia, con i tempi dei processi o con la tutela dei diritti.
Il risultato è un senso diffuso di sconcerto. Non perché il confronto sia vietato, ma perché il livello del confronto sembra essersi abbassato. Quando chi dovrebbe incarnare equilibrio e autorevolezza utilizza espressioni così forti, il messaggio che passa è quello di istituzioni in conflitto permanente, più concentrate nello scontro che nella soluzione dei problemi.
In una fase storica in cui la credibilità delle istituzioni è già messa alla prova, le parole non sono mai neutre. Pesano. E pesano ancor di più quando provengono da chi esercita funzioni di governo.
Se è giusto criticare eventuali eccessi di un Procuratore, è altrettanto doveroso richiamare alla misura un Ministro. La coerenza nel giudizio è il primo passo per ristabilire un clima di rispetto.
Perché alla fine, al di là delle appartenenze, resta un dato evidente: i cittadini chiedono serietà, non spettacoli indecorosi. E dalla giustizia, come dalla politica, si aspettano sobrietà, non invettive.
È arrivato il momento di rientrare nei ranghi e nei ruoli.