Italia. 05.11.2026
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale si può morire di lavoro in cinque luoghi diversi, nell’arco di poche ore, e tutto rischia di essere archiviato come una tragica successione di incidenti.
Questa è una denuncia pubblica che giornalmente, il Magistrato della Corte di Cassazione, Bruno Giordano, ripropone.
Ha persino coniato un nome a questo triste, insopportabile e inaccettabile fenomeno: operaicidio.
Novara, Porto Marghera, Piacenza, Benevento, Lecce. Cinque vite spezzate, cinque famiglie precipitate nel dolore, cinque luoghi di lavoro diventati teatro di tragedie che non possiamo più permetterci di chiamare fatalità.
E poi ci sono Brandizzo, Suviana, Firenze, Casteldaccia, Calenzano. Nomi che ormai appartengono alla geografia del dolore italiano. Luoghi che avremmo voluto ricordare per tutt’altro, e che invece sono diventati simboli di un Paese incapace di garantire il diritto più elementare di ogni lavoratore: tornare a casa vivo.
Non importa che queste morti siano avvenute in aziende diverse, in regioni diverse, in circostanze differenti. La frammentazione geografica non cancella la dimensione collettiva della tragedia. Cinque morti in cinque posti diversi sono comunque una strage. Una strage che si consuma senza il fragore delle bombe, senza le immagini di un conflitto, senza che il Paese si fermi davvero.
E allora la domanda è inevitabile: ma le istituzioni che hanno il compito di tutelare il lavoro hanno ancora una coscienza?
Dove sono quando servono? Dove sono i controlli preventivi, le ispezioni, le verifiche sulle condizioni di sicurezza? Dove sono le risorse per gli organismi di vigilanza? Dove sono le politiche capaci di impedire che la sicurezza diventi una voce di bilancio da tagliare, un adempimento burocratico da sbrigare, un documento da esibire soltanto quando arriva un’ispezione?
Perché il problema non è soltanto ciò che accade nel momento in cui un operaio muore. Il problema è tutto quello che, prima di quel momento, non è stato fatto.
È un sistema che troppo spesso interviene dopo, quando ormai non c’è più nulla da salvare. Si aprono inchieste, si sequestrano aree, si cercano responsabilità, si diffondono comunicati di cordoglio. I rappresentanti delle istituzioni esprimono vicinanza alle famiglie, promettono attenzione, assicurano che si farà chiarezza.
Poi passano i giorni. Arriva un’altra notizia, un altro cantiere, un altro stabilimento, un altro nome da aggiungere all’elenco delle vittime.
E tutto ricomincia.
Non basta indignarsi. Non bastano le dichiarazioni di circostanza. Non bastano le giornate nazionali dedicate alla sicurezza sul lavoro, le commemorazioni, i minuti di silenzio. La sicurezza non può essere una cerimonia. Deve essere una priorità politica, amministrativa ed economica, ogni giorno.
Le istituzioni competenti devono rispondere di ciò che fanno, ma anche di ciò che non fanno. Devono spiegare se gli organi ispettivi hanno personale e mezzi sufficienti, se i controlli sono adeguati, se gli appalti e i subappalti vengono verificati, se le aziende rispettano davvero le norme, se chi lavora in condizioni di rischio viene ascoltato e tutelato.
E soprattutto devono smettere di considerare queste morti come un prezzo inevitabile dello sviluppo economico.
Non esiste produttività che possa giustificare una vita spezzata. Non esiste commessa, consegna, scadenza o obiettivo aziendale che valga più della sicurezza di una persona. Non esiste crescita economica che possa essere costruita sul rischio quotidiano di non tornare a casa.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla morte sul lavoro. Non sulla precarietà della sicurezza. Non sulla rassegnazione di chi ogni mattina esce di casa sapendo che potrebbe non tornarci.
E fa ancora più male constatare quanto ci siamo abituati a tutto questo. Ci siamo abituati ai numeri, alle statistiche, alle notizie che scorrono velocemente sui nostri telefoni. Cinque morti oggi, altre vittime domani. Un’indignazione che dura lo spazio di un titolo, mentre le famiglie dovranno convivere per sempre con un’assenza.
Nel 2026 le denunce di infortunio mortale hanno già superato quota 700, secondo i dati diffusi in questi giorni. Non sono numeri: sono persone. Sono padri, figli, mariti, fratelli. Sono lavoratori che avevano il diritto di vivere e di lavorare senza mettere in gioco la propria esistenza.
E allora non possiamo più limitarci a chiedere giustizia dopo ogni tragedia. Dobbiamo pretendere prevenzione prima di ogni tragedia.
A chi governa, a chi amministra, a chi dirige gli organismi di vigilanza, a chi ha responsabilità nella tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, dobbiamo rivolgere una domanda che non può più restare senza risposta: quante persone devono ancora morire prima che la sicurezza sul lavoro diventi una vera emergenza nazionale?
Perché il silenzio delle istituzioni, quando si ripete davanti a tragedie che si potevano prevenire, diventa esso stesso una forma di irresponsabilità.
L’Italia non era così. O forse non possiamo più permetterci di essere così.
Un Paese civile non si misura soltanto dalla sua ricchezza, dalla sua produzione o dalla sua capacità di competere. Si misura soprattutto da come protegge le persone, da quanto valore attribuisce alla vita, da quanto è disposto a fare perché nessuno debba morire per guadagnarsi da vivere.
Il lavoro deve dare dignità, non togliere la vita. E chi ha il dovere di proteggerla non può continuare a voltarsi dall’altra parte.