Roma. 15 agosto 2026
Alle 8,30 salgo in auto per tornare dalla capitale a Vittoria. Un viaggio che avrò fatto negli anni, tanti anni, non meno di 300 volte. Un percorso di 920 km, tutto fuoco, vegetazione divorata,fumo e odore acre di bruciato.
Non solo un senso di rabbia, ma la sensazione che nessuno voglia agire e reagire.

C’è un momento in cui smettere di indignarsi non basta più. Bisogna fermarsi, guardare ciò che accade intorno a noi e domandarsi, senza retorica: dove stiamo andando?
La domanda nasce anche da un viaggio apparentemente come tanti. Una macchina, una strada, il ritorno da Roma verso Vittoria. E poi, chilometro dopo chilometro, lo spettacolo inquietante di una terra che brucia: campi, sterpaglie, boschi, ettari di vegetazione divorati dalle fiamme. Non un unico incendio, non un episodio isolato, ma una successione di focolai che lascia spazio a una domanda inevitabile: quanto di tutto questo è davvero casuale?
Non è compito del cittadino stabilire l’origine di ogni incendio, né sostituirsi agli investigatori. Ma è compito dello Stato impedire che il sospetto diventi rassegnazione e che la rassegnazione diventi normalità.
Perché dietro ogni ettaro bruciato non c’è soltanto vegetazione. Ci sono anni di lavoro, aziende agricole, animali, paesaggi, biodiversità, famiglie che vedono andare in fumo una parte della propria vita. E ci sono uomini e donne che intervengono per spegnere quelle fiamme, spesso mettendo a rischio la propria esistenza.
Ogni volta che un vigile del fuoco muore mentre cerca di salvare altri, il Paese si stringe attorno alla famiglia, arrivano i funerali solenni, le parole commosse, le bandiere a mezz’asta. Tutto doveroso. Ma una domanda resta: che cosa facciamo prima che qualcuno muoia?
La sicurezza non può essere soltanto la celebrazione del sacrificio dopo la tragedia. Deve essere prevenzione, controllo del territorio, certezza della pena e strumenti adeguati per chi è chiamato a difendere la collettività.
Lo stesso discorso vale per le aggressioni agli appartenenti alle forze dell’ordine. Un Paese civile deve pretendere che chi indossa una divisa rispetti la legge e i cittadini. Ma deve anche garantire che, nell’esercizio legittimo delle proprie funzioni, non venga lasciato solo davanti alla violenza.
Il principio è semplice, nessuno deve essere al di sopra della legge, ma nessuno deve essere privato della tutela della legge.
La risposta non può essere la licenza di usare la forza indiscriminatamente. Sarebbe un errore pericoloso e contrario allo Stato di diritto. La risposta deve essere una legislazione chiara, equilibrata e applicabile, capace di distinguere l’abuso dall’intervento legittimo, l’errore dalla necessità, la violenza gratuita dall’azione compiuta per proteggere una persona o fermare un criminale.
E poi ci sono loro, gli anziani, le donne, i bambini, le persone con disabilità, chi vive una condizione di fragilità. Coloro che più di altri hanno bisogno dello Stato e che troppo spesso diventano bersagli facili di chi approfitta della debolezza altrui.
È proprio qui che si misura la qualità di una democrazia, non dalla forza con cui tratta chi è forte, ma dalla protezione che riesce a garantire a chi non può difendersi da solo.
Il rischio più grande, però, non è soltanto l’aumento della criminalità. È qualcosa di più subdolo: la perdita progressiva della fiducia nello Stato.
Quando un cittadino pensa che denunciare non serva, quando un commerciante preferisce subire piuttosto che reagire, quando un anziano ha paura di uscire di casa, quando un agente teme di intervenire perché ogni decisione potrebbe trasformarsi in un procedimento a suo carico, si apre una crepa.
E nelle crepe dello Stato entra la criminalità.
È così che le organizzazioni criminali, ma anche la microcriminalità e la violenza quotidiana, conquistano spazio, non soltanto con la forza, ma approfittando dell’assenza, della lentezza, della paura e della sfiducia.
Non dobbiamo arrivare al punto in cui il cittadino comincia a pensare che sia meglio rivolgersi al criminale anziché alle istituzioni. Sarebbe la sconfitta più grave possibile.
Per questo oggi non serve invocare vendette, né trasformare la sicurezza in uno slogan politico. Serve qualcosa di molto più difficile: uno Stato presente.
Uno Stato che prevenga gli incendi e persegua con determinazione chi li appicca. Uno Stato che protegga chi interviene per spegnerli. Uno Stato che garantisca alle forze dell’ordine regole chiare e strumenti adeguati. Uno Stato che colpisca rapidamente chi aggredisce, rapina, truffa o sfrutta una persona fragile. Uno Stato che sappia distinguere la fermezza dalla brutalità e l’autorità dall’arbitrio.
La legalità non è debolezza. Al contrario, è la forma più alta della forza dello Stato.
E allora sì, forse è arrivato il momento di “svegliarsi”. Ma svegliarsi non significa armarsi, farsi giustizia da soli o invocare la legge del più forte. Significa pretendere che la legge dello Stato torni a essere percepita come presente, credibile e uguale per tutti.
Perché quando lo Stato arretra, qualcun altro occupa quello spazio.
E quel qualcuno, troppo spesso, non ha né divisa né scrupoli.
La domanda, dunque, non è soltanto se l’Italia sia diventata più insicura. La domanda vera è un’altra: quanto spazio siamo ancora disposti a lasciare alla paura prima di pretendere una risposta seria, concreta e duratura dalle istituzioni?
Non possiamo aspettare il prossimo bosco in fiamme, il prossimo agente aggredito, la prossima vittima innocente.
La sicurezza non si celebra ai funerali.
La sicurezza si costruisce prima della tragedia.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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