Italia. 19 agosto 2026
Ci sono momenti in cui una società non può limitarsi a contare le vittime. Deve fermarsi, guardarle negli occhi attraverso i loro nomi e chiedersi perché non sia ancora riuscita a proteggerle.
Questi giorni ci consegnano una nuova, terribile sequenza di femminicidi.
Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa dall’ex compagno a Camponogara, nel Veneziano. Lo aveva denunciato dopo un precedente tentativo di strangolamento e nei confronti dell’uomo era stato emesso un ammonimento del questore.
Ornella Forastefano, 46 anni, è morta dopo una violenta aggressione nel Cosentino. Fu trovata in condizioni disperate davanti all’ospedale di Trebisacce; il compagno, ricercato, è stato successivamente fermato a Bari mentre si preparava a lasciare il Paese. La sua eventuale responsabilità dovrà essere accertata dalla magistratura.
Maria D’Alessandro è stata uccisa a coltellate a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano. Il marito, dopo l’aggressione, ha tentato di togliersi la vita.
A Colleferro, Joanna Rouissi, 50 anni, è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione. Il marito ha confessato. La donna è morta davanti ai 5 figli e questi sono stati accolti in una struttura protetta.
E nelle ultime ore è arrivata la notizia della morte di Carmela Bifano, 72 anni, trovata senza vita in un terreno a Corigliano-Rossano con gravi lesioni alla testa. Il marito è stato sottoposto a fermo: saranno gli accertamenti e l’autopsia a chiarire definitivamente dinamica e responsabilità.
C’è poi Michela Rubiu, 47 anni, morta dopo 25 giorni di agonia. Il marito le aveva sparato alla testa il 23 luglio; nello stesso episodio aveva ucciso anche il fratello.
Sono storie diverse, ma hanno un denominatore comune che non possiamo più fingere di non vedere: donne uccise dentro o ai margini di relazioni nelle quali avrebbero dovuto trovare rispetto, libertà e sicurezza.
E c’è un elemento ancora più doloroso: in alcuni casi i segnali c’erano.
Tania Terrin aveva denunciato. Joanna Rouissi aveva raccontato a persone vicine il clima violento che viveva in casa. Nel suo caso, secondo quanto riferito dalla stampa, erano emersi anche segnali relativi alla situazione problematica del marito.
Questo significa che la battaglia contro il femminicidio non può cominciare quando arriva il delitto. Deve cominciare molto prima.
Servono prevenzione, ascolto, formazione, protezione effettiva delle vittime, valutazioni rapide del rischio, sostegno ai centri antiviolenza e alle forze dell’ordine, strumenti giudiziari tempestivi e capaci di intervenire quando una donna è concretamente in pericolo.
E serve soprattutto una rivoluzione culturale.
Una donna non è una proprietà. Non è un possesso. Non appartiene al marito, al compagno, all’ex compagno. Non deve pagare con la vita la decisione di interrompere una relazione. Non deve essere controllata, minacciata, umiliata o perseguitata perché qualcuno non accetta la sua libertà.
Il femminicidio non è una fatalità. E non è una semplice “tragedia familiare”.
È la manifestazione estrema di una violenza che troppo spesso comincia molto prima dell’omicidio: con il controllo, la gelosia trasformata in diritto, l’isolamento, le minacce, le aggressioni, lo stalking, l’idea malata che l’altra persona appartenga a chi la vuole possedere.
Per questo non basta indignarsi ogni volta che una donna viene uccisa.
L’indignazione deve trasformarsi in responsabilità.
Lo Stato deve usare ogni strumento legale ed efficace per prevenire la violenza e proteggere chi è a rischio. La società deve smettere di considerare “questioni private” comportamenti che possono rappresentare l’anticamera della violenza. La scuola deve educare al rispetto e alla parità. Le famiglie e le comunità devono imparare a riconoscere i segnali. Gli uomini devono essere parte attiva di questa battaglia, rifiutando apertamente la cultura del possesso e della sopraffazione.
Anche un dato apparentemente positivo non deve diventare un alibi. Il dossier del Viminale sul primo semestre 2026 registra una diminuzione del 37% dei femminicidi rispetto allo stesso periodo del 2025. È un dato importante, ma zero è l’unico numero che può davvero soddisfarci quando parliamo di donne uccise perché donne o nell’ambito di una violenza di genere.
Una sola vittima è già troppo.
Perché dietro ogni numero c’è una persona. C’è un nome, una famiglia, dei figli, degli amici, una vita fatta di progetti che qualcuno ha deciso di spezzare.
E allora bisogna dirlo senza attenuanti e senza retorica:
le donne non sono oggetti da usare, possedere, controllare, picchiare, uccidere e poi dimenticare.
Sono persone. Sono cittadine libere. Hanno diritto alla propria vita, alle proprie scelte, alla propria dignità.
Contrastare il femminicidio non è una battaglia “delle donne”. È una battaglia di civiltà che riguarda tutti.
E davanti a questa nuova scia di sangue, la risposta non può essere l’abitudine.
Deve essere una scelta netta, mai più silenzio, mai più normalizzazione della violenza, mai più vittime lasciate sole.
