03.09.2026
Da qualche anno abbiamo imparato, anzi, ci siamo adeguati a convivere con una guerra alle porte di casa nostra, che pensavamo potesse durare una manciata di giorni. Invece no, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, dichiarando che si trattava di una operazione che sarebbe durata pochissimo tempo, sono passati anni.
In questi anni ognuno di noi è diventato un esperto di guerre, anche io, nonostante abbia avuto la fortuna di non averne mai vissuta una personalmente. Ora che la questione sta degenerando e preoccupa chi consapevolmente si rende conto che una guerra oggi, “non potrebbe avere”, ma avrebbe un effetto catastrofico, continuiamo a nutrirci di tutto ciò che ci raccontano. Ognuno racconta le cose a modo suo e a suo uso e consumo, così come accade anche per le piccole cose quotidiane.
Adesso alla ribalta della cronaca c’è l’episodio di Lipsia.
Lipsia: il problema non è solo il drone. È la fretta con cui si passa dai fatti alla guerra.
Sul caso del drone trovato all’aeroporto di Lipsia credo sia necessario fermarsi un momento e ragionare, senza tifoserie.
Quindi non ha senso liquidare l’intera vicenda come una barzelletta.
Ma c’è un’altra cosa che non ha senso, trasformare automaticamente l’esistenza di un drone, di due sospettati o di tracce riconducibili a persone legate alla Russia nella prova definitiva che lo Stato russo abbia ordinato l’operazione.
Sono passaggi diversi.
Un conto è stabilire chi ha materialmente compiuto un’azione, un altro è dimostrare chi l’ha organizzata. Un altro ancora è dimostrare che dietro ci sia direttamente un apparato statale.
E proprio questa distinzione dovrebbe essere sacrosanta quando in gioco c’è una potenziale escalation tra potenze nucleari.
Io non so quale delle due versioni sia quella vera e definitiva.
E proprio per questo pretendo prove, non certezze costruite sulla base dei titoli dei giornali, perché il vero problema è un altro.
Stiamo vivendo una fase nella quale ogni episodio viene immediatamente inserito nella narrativa della “guerra ibrida”, ogni sospetto diventa un’attribuzione, ogni attribuzione diventa una responsabilità politica e ogni responsabilità politica può diventare il pretesto per una nuova escalation.
E qui dobbiamo stare attentissimi.
Non perché bisogna difendere la Russia a prescindere.
Non perché bisogna credere alla Russia a prescindere.
Ma perché non bisogna giocare con il fuoco quando dall’altra parte c’è una potenza nucleare e quando le conseguenze di un errore di valutazione potrebbero essere irreversibili.
Se la Russia è responsabile, allora lo si dimostri con elementi solidi.
Se esistono mandanti statali, lo si dimostri.
E se ci sono prove sufficienti, si agisca di conseguenza.
Ma se le prove non sono ancora pubbliche o definitive, sarebbe bene che politici e anche noi giornalisti avessimo l’umiltà di usare parole come “sospetto, ipotesi, attribuzione e indagine”.
Perché tra una guerra fredda e una guerra vera, a volte, la differenza può essere proprio la capacità di non trasformare ogni incidente in una certezza e ogni certezza in una provocazione.
La prudenza non è filorussa.
La prudenza è semplicemente prudenza.
E oggi, forse, è una delle cose di cui abbiamo più bisogno.