26 ottobre 2026
Oggi ho ricevuto, nella mia qualità di Direttore responsabile del Quotidiano online ITALREPORT, una mail dall’UCOII che è l’acronimo di Unione Comunità Islamiche d’Italia. È un’organizzazione che riunisce diverse comunità islamiche presenti in Italia e si occupa, tra le altre cose, di rappresentanza, dialogo con le istituzioni, attività religiose e iniziative culturali.
Il contenuto della mail, che nonostante abbia provato a rendere più breve, senza intaccarne i contenuti, non penso di esserci riuscito, è sostanzialmente il seguente:

“Viviamo in un’epoca in cui chiunque può pubblicare un pensiero, commentare una notizia o esprimere la propria opinione davanti a migliaia di persone. I social network hanno dato voce a tutti, ma non sempre questa libertà è accompagnata dalla responsabilità, dalla conoscenza dei fatti e dalla capacità di distinguere tra ciò che è vero e ciò che nasce dalla rabbia, o, ancora peggio, dal pregiudizio.
Basta un episodio di cronaca, un attentato o un delitto per assistere alla diffusione di commenti che, nel giro di pochi minuti, raggiungono centinaia di migliaia di persone e trasformano la responsabilità di un individuo in una condanna collettiva. Si passa dal giudicare chi ha commesso un crimine all’accusare un’intera popolazione, una cultura o una religione, come se milioni di persone potessero essere considerate complici delle azioni di un singolo.
Questo modo di ragionare, diventato di uso comune, non è soltanto superficiale, è anche profondamente ingiusto.
Occorre però avere il coraggio di affrontare la questione senza ipocrisie. Quando un attentatore o un assassino di matrice islamista invoca Allah prima di uccidere, oppure dichiara di agire in nome della propria fede, non è possibile e corretto ignorare questo elemento. È doveroso interrogarsi sull’ideologia che lo ha spinto a compiere quella violenza, sulle eventuali interpretazioni estremiste della religione e sui contesti che possono favorire la radicalizzazione.
La libertà di pensiero non obbliga nessuno a tacere di fronte a questi fatti. Al contrario, una società libera deve poter discutere apertamente del fanatismo religioso, del terrorismo, dell’estremismo e di ogni forma di violenza, senza paura di affrontare argomenti scomodi.
Ma esiste una differenza fondamentale tra denunciare un criminale che giustifica le proprie azioni attraverso la religione e accusare indistintamente tutti coloro che professano quella stessa fede.
Un musulmano che uccide deve rispondere delle proprie azioni. Se ha agito per motivi terroristici o estremisti, questi aspetti devono essere accertati, denunciati con chiarezza e condannati. Tuttavia, il fatto che un assassino invochi Dio non dimostra automaticamente che ogni musulmano condivida le sue convinzioni, né autorizza a considerare un’intera comunità responsabile del suo delitto.
Allo stesso modo, nessuna religione, cultura o appartenenza nazionale può diventare uno scudo dietro il quale nascondere responsabilità individuali, ideologie violente o comportamenti incompatibili con la convivenza civile.
Il problema nasce quando il giudizio si trasforma in pregiudizio e la ricerca della verità lascia il posto alla necessità di trovare un nemico da accusare. In quel momento non si cerca più di capire che cosa sia successo, si cerca soltanto una conferma alle proprie convinzioni.
I social amplificano questo meccanismo. Un commento scritto d’impulso può raggiungere migliaia di persone, alimentare ostilità e contribuire a creare un clima nel quale chiunque appartenga a una determinata comunità viene guardato con sospetto. E troppo spesso chi pubblica certe affermazioni non si preoccupa di verificare le informazioni, di conoscere i fatti o di riflettere sulle conseguenze delle proprie parole.
La libertà di espressione è un diritto prezioso, ma non rende automaticamente intelligente, informato o fondato tutto ciò che viene scritto. Avere una tastiera a disposizione non significa possedere la verità.
La vera serietà consiste nel saper distinguere, nel condannare la violenza senza esitazioni e nel pretendere che chi commette un reato ne risponda pienamente. Significa anche non trasformare il dolore delle vittime in uno strumento per alimentare l’odio verso persone che non hanno alcuna responsabilità nei fatti.
Non servono giustificazioni per i terroristi, né silenzi di fronte al fanatismo. Servono fatti, indagini, responsabilità e una condanna netta di chi uccide in nome di un’ideologia, religiosa o politica che sia.
Ma serve anche onestà intellettuale, se chiediamo che un criminale venga giudicato per ciò che ha fatto, dobbiamo applicare lo stesso principio a tutti, senza attribuire colpe sulla base della provenienza, del nome o della fede professata.
Una società matura non rinuncia alle domande difficili, ma rifiuta le risposte semplicistiche. Non confonde la tolleranza con la debolezza, né la fermezza con l’odio. Difende le vittime, pretende giustizia e non teme di denunciare l’estremismo, ma non accetta che la colpa di uno diventi la condanna di milioni di innocenti.
Perché la giustizia richiede responsabilità individuali, mentre il pregiudizio ha bisogno soltanto di generalizzazioni.
E prima di pubblicare l’ennesima accusa sui social, forse dovremmo porci una domanda: stiamo contribuendo a comprendere la realtà e a contrastare la violenza, oppure stiamo soltanto aggiungendo altra rabbia a un mondo che ne ha già fin troppa?
La libertà di parola ci permette di esprimere le nostre idee. La responsabilità ci impone di farlo senza rinunciare alla verità, alla ragione e al rispetto dei fatti.
Con questo mio editoriale, che sono riuscito a comporre dopo circa 160 minuti di lavoro e dopo averlo letto e riletto 9 volte, perché chi si occupa di informazione ha una responsabilità diversa di chi scrive sui social, non intendo giustificare chi, ubriaco fradicio, molesta le persone, aggredisce i passanti o terrorizza un intero quartiere di una città qualunque, brandendo un coltello o un’arma qualunque, o chi guida un’auto e non rispetta il codice della strada, non debba essere condannato, ma è anche vero, che se una persona si comporta in un determinato modo, è altrettanto vero che le sue responsabilità non possono essere attribuite ad una intera razza; che sia nera, gialla, rossa, bianca o arlecchino. Non so quante Redazioni o Direttori di giornali abbiano ricevuto la atessa mail che ho ricevuto io, ma so con certezza che se una Comunità l’ha scritta e l’ha inviata per essere diffusa, ho sentito il dovere, morale e professionale di rendermi utile.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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