18.01.2026
Viviamo un tempo che sembra aver smarrito il senso del limite, della responsabilità e persino della verità. Un tempo in cui le notizie non rassicurano, non orientano, ma accumulano inquietudine. Il quadro globale e quello nazionale si riflettono l’uno nell’altro come in uno specchio deformante, restituendoci l’immagine di una società stanca, nervosa, spesso incapace di distinguere la forza dalla sopraffazione, il potere dalla prepotenza.
Sul piano internazionale, le tensioni crescono. Le parole tornano a essere armi, le sanzioni diventano strumenti di ricatto, gli alleati di ieri vengono trattati come avversari di oggi. L’idea che una grande potenza possa “prendersi” territori come se fossero pedine su una scacchiera alimenta una logica pericolosa: quella del diritto del più forte. In questo contesto, la voce unica del ministro della Difesa Guido Crosetto, che invita a non festeggiare decisioni scellerate e a mantenere lucidità, risuona come una rara espressione di raziocinio. Non perché rassicuri, ma perché richiama alla gravità del momento. Non c’è nulla da celebrare quando il mondo si avvicina al baratro.
Ma se lo scenario globale preoccupa, quello interno non è meno allarmante. Le città italiane sono attraversate da una violenza sempre più precoce e brutale. Aggressioni tra giovanissimi, spesso minorenni, che finiscono in tragedia. Una violenza che non nasce dal nulla, ma da un vuoto educativo, sociale e culturale che abbiamo lasciato crescere e spesso giustificata dagli effetti del Covid. Nei luoghi di lavoro si continua a morire, come se la sicurezza fosse un dettaglio sacrificabile sull’altare del profitto e della fretta. Ogni morte viene archiviata come fatalità, raramente come responsabilità.
E poi c’è la piaga più dolorosa, quella che interroga direttamente la coscienza collettiva: la violenza contro le donne. Donne uccise da mariti, compagni, ex partner. Delitti che vengono giustificati con parole indegne “l’ho fatto per amore” o con tentativi grotteschi di sottrarsi alla colpa fingendo follia. Ma l’amore non uccide, non possiede, non controlla. Chiamare amore ciò che è dominio è un’ulteriore violenza, un insulto alle vittime e alla verità.
Cosa sta accadendo, allora? Stiamo assistendo a una frattura profonda del patto sociale. Le istituzioni sembrano spesso rincorrere gli eventi invece di prevenirli. La politica appare più concentrata sul consenso immediato che su una visione di lungo periodo. E la società, nel suo insieme, sembra anestetizzata, indignata per qualche giorno, poi di nuovo silenziosa.
La domanda più grave, però, è un’altra: cosa stiamo garantendo ai nostri figli e ai nostri nipoti? Quale futuro stiamo preparando, se normalizziamo la violenza, se accettiamo l’ingiustizia come inevitabile, se rinunciamo a educare al rispetto, alla responsabilità, al limite? Chi si pone davvero questi problemi, al di là delle commemorazioni e delle parole di circostanza?
Forse la sensazione diffusa è quella di una solitudine morale. Di fronte a questa deriva, molti finiscono per rivolgersi solo alla propria coscienza, o al Dio in cui credono, cercando un senso che la realtà non sembra più offrire. Non è una fuga, ma un segnale, quando le strutture civili e politiche non riescono più a dare risposte, l’uomo torna a interrogarsi sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, in modo radicale.
Eppure, affidarsi solo alla fede o all’interiorità non basta. Serve una presa di responsabilità collettiva. Servono istituzioni credibili, una scuola che torni a essere presidio educativo, un lavoro sicuro, una giustizia che chiami le cose con il loro nome. Serve, soprattutto, il coraggio di dire che non tutto è accettabile, non tutto è negoziabile, non tutto può essere giustificato.
Non c’è nulla da festeggiare, davvero. Ma c’è ancora molto per cui lottare, se non vogliamo consegnare alle prossime generazioni un mondo più violento, più cinico e più disumano di quello che abbiamo ricevuto.