Prato. 18 agosto 2026
Un ragazzo di 22 anni ex detenuto nel carcere della Dogaia di Prato, rimesso in libertà lo scorso mese di giugno, è stato ferito a una gamba da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia penitenziaria, che ora è indagato per tentato omicidio. È successo domenica 16 agosto, nel pomeriggio, intorno alle 16.30. Da quanto si sa, l’uomo era stato fermato nel pomeriggio mentre cercava di lanciare all’interno del carcere toscano, un plico contenente sostanze stupefacenti. Sorpreso dagli agenti ha tentato la fuga, cadendo e procurandosi lievi ferite. La polizia penitenziaria lo ha quindi portato all’ospedale Santo Stefano per le medicazioni. Lì il ventiduenne, dopo aver scaricato un estintore nel reparto di emergenza e creato il caos, ha cercato di scappare ed è stato colpito a una gamba, dal colpo esploso dall’agente per fermarlo. Secondo una prima ricostruzione, l’ex detenuto, di nazionalità marocchina, si trovava su una barella nell’area del pronto soccorso dove c’è uno spazio coperto destinato all’arrivo delle ambulanze e una sala di decontaminazione, vicino al triage. Il giovane era ammanettato e sotto la scorta degli agenti della polizia penitenziaria quando avrebbe improvvisamente dato in escandescenza. Nonostante i movimenti limitati, sarebbe riuscito ad afferrare un estintore e avrebbe iniziato a minacciare gli agenti. All’ordine di deporre l’estintore, l’uomo avrebbe azionato il dispositivo, provocando ulteriore confusione nel reparto. Nel caos avrebbe quindi cercato di raggiungere l’uscita. Gli agenti della penitenziaria gli avrebbero intimato di fermarsi sparando prima in aria come avvertimento per poi, arrivare allo sparo che lo ha ferito ad una gamba. Immediato l’intervento dei vigilanti dell’ospedale e subito dopo l’arrivo di polizia e carabinieri. Sul posto anche la Scientifica per i rilievi utili a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Il magistrato di turno si è recato personalmente sul posto per raccogliere le prime dichiarazioni dei testimoni. Come poi spiegato dal Procuratore Luca Tescaroli.
Un altro episodio questo, destinato a creare scalpore e innescare critiche e polemiche.
“Ho fiducia nell’operato della magistratura. Tuttavia spero che in presenza di una evidente causa di giustificazione della condotta dall’agente della polizia penitenziaria, al mio assistito, venga applicato il nuovo decreto sicurezza che ha modificato l’art. 335 del codice di procedura penale, introducendo il comma con cui si prevede l’annotazione preliminare nel modello 45 bis, che evita l’iscrizione automatica dell’agente nel registro degli indagati quando l’atto compiuto in servizio fa presumere una causa di giustificazione, come nel caso in specie” ha dichiarato l’avvocato Vittorio Luigi Fucci, legale di fiducia dell’agente.
Fin qui la storia che terrà banco per qualche giorno e vedrà gruppi contrapposti che discuteranno, magari senza conoscere l’argomento che trattano.
Ma la questione è seria e va affrontata una volta per tutte.
-Armi in servizio, tra necessità e responsabilità: servono regole chiare per chi deve decidere in pochi secondi cosa fare e come agire. –
Questo caso infatti, riapre una questione che non può essere affrontata soltanto attraverso la contrapposizione tra chi difende l’operato degli agenti e chi ne mette in discussione le scelte: quali sono le regole che devono guidare un operatore delle forze dell’ordine quando, in pochi istanti, deve decidere se utilizzare un’arma da fuoco?
Oltre alla vicenda giudiziaria c’è una questione più ampia, che riguarda lo Stato e il modo in cui prepara i propri uomini ad affrontare situazioni sempre più complesse.
Quando un agente porta un’arma non significa che abbia una libertà assoluta di utilizzarla. Al contrario, l’arma rappresenta uno degli strumenti più delicati che lo Stato mette nelle mani di un proprio rappresentante.
L’articolo 53 del codice penale disciplina l’uso legittimo delle armi e stabilisce che il pubblico ufficiale può farne uso, nell’adempimento del proprio dovere, quando sia costretto dalla necessità di respingere una violenza, vincere una resistenza all’autorità o impedire la consumazione di alcuni gravissimi delitti. La stessa norma contempla anche altri casi previsti dalla legge.
Esiste poi la legittima difesa, disciplinata dall’articolo 52 del codice penale, che richiede, tra gli altri elementi, un pericolo attuale e una reazione proporzionata all’offesa. L’articolo 55 disciplina invece l’eccesso colposo quando vengono superati colposamente i limiti stabiliti dalla legge, dall’autorità o dalla necessità.
La questione, dunque, non può essere ridotta alla domanda: “Se un agente ha una pistola, perché non dovrebbe poterla usare?”
La domanda corretta è un’altra: in quali circostanze la legge autorizza concretamente l’utilizzo dell’arma e quali strumenti hanno gli agenti per valutare, nel giro di pochi secondi, se quella sia davvero l’opzione.
La vera sfida è trovare un punto di equilibrio: l’agente deve sapere quando può sparare, quando deve farlo e quando, invece, deve necessariamente cercare un’alternativa.
E deve poterlo sapere prima di trovarsi di fronte al pericolo.
La politica deve intervenire senza se e senza ma, immediatamente.
Sicurezza significa anche proteggere chi protegge, è lo Stato che esercita la propria forza. E proprio per questo quella forza deve avere regole moderne, precise e comprensibili.