La truffa che sfida lo Stato: quando i mascalzoni usano il nome del Ministero per rubare.
C’è un salto di qualità inquietante nelle truffe che, in queste ore, stanno comparendo sui portoni e negli androni dei condomìni: non più soltanto l’inganno strisciante del finto tecnico o del sedicente funzionario, ma l’arroganza plateale di chi si permette di affiggere manifesti falsi a nome del Ministero dell’Interno. Un atto che non è solo una truffa, ma una sfida diretta allo Stato e alle sue istituzioni.
Questi volantini, confezionati con loghi e intestazioni contraffatte, annunciano inesistenti “controlli di residenza” e suggeriscono ai cittadini come comportarsi. È una messinscena studiata a tavolino, che gioca sulla paura, sul rispetto per l’autorità e sulla buona fede delle persone. Dietro l’apparente formalità si nasconde un doppio intento criminale, entrare nelle abitazioni per derubare i residenti oppure mappare gli appartamenti vuoti per colpire in un secondo momento.
Qui non siamo di fronte a piccoli espedienti improvvisati. Siamo davanti a mascalzoni che si sentono impuniti, tanto da appropriarsi del nome e del prestigio dello Stato per legittimare i propri reati. È un gesto che rivela disprezzo per le istituzioni e per i cittadini, un tentativo di trasformare l’autorità pubblica in una maschera da indossare per delinquere.
Le autorità hanno smentito con fermezza: nessun controllo porta a porta viene annunciato con volantini, e nessuna forza dell’ordine chiede di restare in casa tramite avvisi affissi nei condomìni. polizia, carabinieri e amministrazioni comunali operano secondo procedure ufficiali, tracciabili e verificabili. Tutto il resto è truffa.
Per questo, oltre alla necessaria vigilanza individuale, serve una reazione collettiva. Segnalare immediatamente questi fogli agli amministratori di condominio e alle forze dell’ordine, rimuoverli, informare i vicini più anziani o fragili. Non basta difendersi, bisogna smascherare e isolare chi tenta di minare la fiducia pubblica.
Perché quando qualcuno usa il nome del Ministero dell’Interno per rubare, non sta solo cercando un bottino facile. Sta dichiarando guerra al senso civico, alla legalità e allo Stato stesso. E a questa arroganza non si risponde con la paura, ma con attenzione, denuncia e fermezza.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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