Roma. 25.07.2026
(n.d.r.) Non sono un politico a maggior ragione non sono un ministro, ritengo che non sarei adatto a fare politica a qualunque livello, ma se lo fossi, prenderei sempre in seria considerazione ciò che dicono i magistrati.

Quando un Procuratore della Repubblica lancia un allarme sulla tenuta dello Stato, la politica dovrebbe fermarsi ad ascoltare. A maggior ragione se quel magistrato guida una delle Procure più esposte nella lotta alla criminalità organizzata e parla sulla base di indagini concrete, non di sensazioni o impressioni.
Le recenti dichiarazioni del Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, riaprono una questione che da anni accompagna il dibattito sulla sicurezza penitenziaria: la capacità delle organizzazioni mafiose di continuare a esercitare il proprio potere anche dall’interno degli istituti di detenzione. Il riferimento a comunicazioni tra detenuti e persone all’esterno, fino a vere e proprie reti di contatto che coinvolgerebbero più strutture carcerarie, descrive uno scenario che non può essere liquidato come un semplice allarme mediatico.
Del resto, non si tratta di una denuncia isolata. Da tempo magistrati impegnati sul fronte antimafia segnalano le criticità del sistema penitenziario, evidenziando come la tecnologia e le falle nei controlli abbiano reso sempre più difficile impedire i collegamenti tra boss detenuti e organizzazioni criminali operative sul territorio.
Anche episodi recenti sembrano rafforzare queste preoccupazioni. La vicenda della lettera intimidatoria attribuita al boss Madonia e indirizzata alla Presidente aggiunta della sezione GIP-GUP del Tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, magistrata impegnata nel procedimento sull’omicidio di Piersanti Mattarella, riporta l’attenzione sulla capacità di alcuni detenuti di far arrivare all’esterno messaggi dal forte contenuto intimidatorio.
Di fronte a un quadro tanto delicato, il confronto istituzionale dovrebbe concentrarsi sulle possibili soluzioni. Invece, il dibattito si è rapidamente trasformato in uno scontro personale tra rappresentanti della magistratura e del governo, con dichiarazioni che hanno finito per spostare l’attenzione dal problema al conflitto politico.
È legittimo che governo e magistratura abbiano valutazioni diverse sulle strategie da adottare. Meno comprensibile è che una denuncia fondata su elementi investigativi venga affrontata principalmente sul piano della polemica. Quando si parla di mafia, di sicurezza delle carceri e di efficacia del regime detentivo, il punto centrale dovrebbe essere un altro, verificare i fatti, individuare eventuali vulnerabilità e intervenire con strumenti adeguati.
Negli ultimi anni il tema della sicurezza è stato spesso affrontato attraverso interventi legislativi rivolti ai fenomeni di criminalità urbana e al disagio sociale. Tuttavia, la sfida rappresentata dalla criminalità organizzata richiede un livello di attenzione diverso, fatto di investimenti, tecnologie, personale specializzato e una costante collaborazione tra istituzioni.
La storia italiana insegna che la mafia trae vantaggio soprattutto dalle debolezze dello Stato. Per questo ogni segnale proveniente da chi opera quotidianamente nelle indagini dovrebbe essere considerato un contributo alla tutela delle istituzioni, non l’occasione per un nuovo scontro politico.
Le divergenze possono essere legittime. Ma la lotta alla mafia dovrebbe restare uno dei pochi terreni sui quali il confronto lascia spazio, prima di tutto, alla responsabilità.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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