Roma. 16 ottobre 2026
Leggo sulla pagina di Bruno Giordano e voglio fare una riflessione sul fenomeno che è diventato un massacro.
“OPERAICIDIO: undici lavoratori morti in quattro giorni.
Fino a quando dovremo contare i morti prima di chiamare le cose con il loro nome?
Oggi, al porto di Cagliari e nel cantiere dell’Alta Velocità a Firenze, altre vite spezzate sul lavoro. Altri lavoratori che non torneranno a casa. Altre famiglie precipitate nel dolore. E c’è ancora chi si domanda perché si parli di operaicidio”.
A usare questo termine è Bruno Giordano, Magistrato massimario della Corte di Cassazione, da sempre impegnato nella tutela dei lavoratori e nella lotta allo sfruttamento. Già Direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, Giordano ha puntato il dito contro un sistema nel quale troppo spesso la vita umana viene dopo il profitto, la sicurezza diventa un costo da ridurre e le responsabilità si nascondono dietro una catena di appalti, subappalti e intermediari.
La sua battaglia contro il caporalato va ben oltre la figura di chi materialmente recluta e trasporta i lavoratori. Punta al cuore del problema: chi organizza, chi commissiona, chi trae vantaggio dallo sfruttamento e chi, pur avendo il potere di intervenire, lascia che tutto continui.
E poi c’è l’orrore nell’orrore: lavoratori che, dopo essersi infortunati, invece di ricevere immediato soccorso vengono caricati su un’auto e abbandonati lontano dal luogo dell’incidente. Come se la priorità non fosse salvare una vita, ma cancellare le tracce di ciò che è accaduto. Persone ferite, lasciate sole, che talvolta muoiono senza ricevere le cure di cui avevano bisogno.
È davanti a fatti come questi che la parola operaicidio acquista tutto il suo significato.
Perché non possiamo continuare a parlare di tragiche fatalità quando occorre verificare se quelle morti potevano essere evitate. Non possiamo limitarci a piangere le vittime, promettere controlli e voltare pagina fino al prossimo nome, alla prossima famiglia distrutta, al prossimo funerale.
Dietro ogni morte sul lavoro ci sono responsabilità da accertare, regole da far rispettare e vite che dovevano essere protette.
E quando lo sfruttamento, la precarietà, la mancanza di sicurezza e l’impunità diventano ingranaggi di un sistema, non basta più indignarsi. Bisogna pretendere giustizia, controlli efficaci e responsabilità concrete, anche ai livelli più alti della filiera produttiva.
Undici lavoratori morti in quattro giorni non sono soltanto un numero. Sono undici vite, undici storie, undici famiglie.
Il lavoro deve dare dignità, non togliere la vita.
Chiamarlo operaicidio significa rifiutare che queste morti diventino normali. Significa chiedere che nessun profitto valga più di una persona e che nessun lavoratore debba scegliere tra portare a casa uno stipendio e tornare a casa vivo.
Perché la sicurezza sul lavoro non è una concessione. È un diritto. E la vita di chi lavora non può essere considerata sacrificabile. Chi esce fuori di casa per recarsi al lavoro, ha il diritto di ritornarci con le sue gambe, sia chiaro a tutti.