Vittoria. 28.09.2025
Vittoria sotto ricatto? Se quanto denunciato è vero, questo non è un problema solo locale.
Se le ricostruzioni comparse sui Social e nella cronaca, che parlano di summit segreti nelle campagne di Zafaglione e Berdia, di un “patto” tra clan albanesi e famiglie mafiose locali, di nomi pesanti di stranieri e del vittoriese latitante e infine del rapimento e rilascio lampo di un giovane, rispecchiano la realtà, allora Vittoria non è più un teatro di scontri fra bande, ma è un territorio in cui si sta ridisegnando la geografia del potere criminale a vantaggio di soggetti organizzati e internazionalmente connessi. Questa non è una questione che si possa risolvere con gli sforzi pur encomiabili delle forze dell’ordine locali da sole.
Questa riflessione non pretende di essere un’inchiesta conclusiva, si basa su elementi circolati pubblicamente e sul racconto diffuso da un collega. Ma il dovere del giornalista e dell’intera comunità è quello di leggere questi segnali per quello che sono: possibili indizi di un’infiltrazione economico-criminale, tra l’altro più volte denunciata da rappresentanti di associazioni di categoria e dall’amministrazione comunale che, se confermata, richiede interventi urgenti, coordinati e di livello nazionale, perché la posta in gioco è altissima.
Il centro della ricostruzione fatta dal collega non è soltanto il controllo della piazza di spaccio, è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, un’area che muove milioni e che rappresenta il cuore produttivo ed economico della città, da sempre calamita che attira interessi economici forti. Se clan dotati di logistica, capitali e collegamenti internazionali si organizzano per monopolizzare serre, capannoni e rotte commerciali, la ricaduta è economica, sociale e politica. Non si tratta solo di intimidazioni, ma è la capacità di condizionare imprenditoria, lavoro e consenso attraverso la paura e la penetrazione economico-finanziaria.
Il recente rapimento del giovane, descritto come un gesto spettacolare e al tempo stesso calcolato, con rilascio rapido e apparentemente mirato a abbassare la tensione per proteggere latitanti, è il tipo di azione che, se confermata nella dinamica e nelle responsabilità, segnala la volontà di mostrare forza e controllo del territorio. E questo non è un problema che si risolve con un paio di pattuglie in più sulle strade, è segnale di un’organizzazione che opera con logiche imprenditoriali e con coperture e complicità diffuse.
Se le cose stanno come sono descritte, servono azioni urgenti che escano dall’ambito delle competenze esclusivamente locali e tra l’altro deficitarie di organici.
La città tutta, nessuno escluso, chiede che vengano attivate immediatamente.
Sarebbe auspicabile un coordinamento investigativo nazionale, dopo che la Procura della Repubblica e la DDA abbiano valutato e preso visione degli elementi in loro possesso ed eventualmente da acquisire, e, se necessario, valutare l’apertura di un’inchiesta con pieno uso di intercettazioni e collaborazioni con tutte le forze dell’ordine. Il fenomeno infatti, potrebbe essere potenzialmente transnazionale e richiede risorse investigative adeguate.
Un’attività di contrasto economico-finanziario messa a punto dalla Autorità Giudiziaria, la DIA e la Guardia di Finanza dovrebbero valutare sequestri preventivi e indagini patrimoniali su imprese, terreni e capannoni sospettati di essere veicolo di riciclaggio o di controllo economico illecito. Serve una
cooperazione internazionale e se effettivamente ci sono collegamenti con gruppi stranieri, è fondamentale il raccordo con le autorità di quei Paesi e con organismi europei per ricostruire reti, flussi e responsabilità oltre confine.
Ma è doveroso sottolineare che i cittadini e gli operatori economici devono poter avere percorsi sicuri per segnalare intimidazioni e minacce. Servono misure di protezione adeguate per chi volesse collaborare.
Controlli mirati sui mercati, ispezioni e verifiche sulle filiere produttive e commerciali del settore ortofrutticolo, per capire dove passa il valore reale e chi ne beneficia.
Anche la politica locale e le istituzioni hanno responsabilità.
Non basta la presenza delle forze di polizia: serve un impegno istituzionale che metta al centro la legalità economica. Il Prefetto, il Comune, le Associazioni datoriali, di categoria e sindacali, devono chiedere con forza che siano messe in campo tutte le misure necessarie a preservare il lavoro onesto e la sicurezza dei cittadini. L’emergenza non è solo pubblica sicurezza, è difesa delle regole del mercato.
Ai cittadini bisogna ricordare di non sottovalutate la gravità dei segnali; non lasciamo che la paura diventi normalità. Ai media, va ricordato che svolgere il lavoro con rigore e non con invettive o sensazionalismi, ma neanche con la compiacenza del silenzio, serve a ridare fiducia a chi si informa. Le informazioni vanno verificate, non possono essere trattate come pettegolezzo fa cortile, ciò che potrebbe essere ordine del giorno per un’inchiesta antimafia.
Se quanto denunciato è vero, la posta non è solo la supremazia sullo spaccio, è la capacità di imporre regole economiche e sociali ed è il rischio che Vittoria diventi terreno di conquista per organizzazioni che funzionano come imprese criminali transnazionali. Se non vogliamo che il potere arrivi prima della legge, è il momento di chiedere allo Stato di intervenire con strumenti proporzionati alla minaccia, indagini specialistiche, azioni patrimoniali, cooperazione internazionale, protezione dei testimoni, sicurezza sulle strade e espulsione immediata per chi si denuda in strada (episodi questi che vengono segnalati giornalmente) espulsione immediata per chi aggredisce i rappresentanti delle forze dell’ordine, per chi molesta le persone, per chi invade il territorio di spazzatura e sanzioni pesantissime per chi inquina l’aria con la diossina prodotta dagli incendi.
La nostra città non può permettersi di essere spettatrice. Se la verità è davvero quella descritta, allora non c’è più tempo per l’indifferenza.