Vittoria. 21 settembre 2025
8 maggio 2015 – 19 settembre 2025. Dieci anni e 4 mesi. Una decade e più di silenziosa agonia, di attese estenuanti in aule di tribunali, di notti insonni, di sguardi ammiccanti che trafiggono come coltelli, di amici che si dileguano, di colleghi che voltano le spalle, di conoscenti che prima si inchinavano per salutare e dopo sussurravano alle spalle. Dieci anni in cui un uomo, figlio e fratello di bancari come lui e la sua famiglia, sono stati trascinati nell’inferno dell’accusa infamante, ingiusta, infondata e devastante di estorsione e usura.
Parliamo di un ex direttore di banca che allora aveva 55 anni, funzionario stimato, rispettato, apprezzato fino al giorno prima che tutto precipitasse, quando la guardia di finanza si recò a casa sua, mettendola a soqquadro per una certosina perquisizione. Il suo nome, per pudore non lo avremmo scritto, ma quando il fatto è accaduto il suo nome: Daniele Francione è stato sbandierato ai quattro venti e scritto su tutti i giornali, per questo abbiamo l’obbligo di riproporlo. Perché questa non è solo la sua storia. È il simbolo di una giustizia che, purtroppo, talvolta, sempre più spesso, arriva tardi. Troppo tardi.
L’otto maggio 2015 inizia l’incubo. L’accusa è grave, le parole sono pesanti: estorsione e usura. L’uomo viene travolto da un fango mediatico e sociale che lo ricopre senza pietà, ad accusarlo il gestore di una tabaccheria di Santa Croce Camerina, piccolo centro in provincia di Ragusa, dove Francione era direttore di una agenzia di Unicredit, la banca presso cui prestava servizio e un’altra persona che lo accusava di nefandezze mai compiute. In questi piccoli centri di provincia, primeggiano per notorietà: il Sindaco, il Parroco, il Maresciallo dei carabinieri, il Direttore di banca e il Direttore dell’ufficio postale, il “nostro” era conosciuto da tutti.
Oggi, questi giustizieri sono stati “giustiziati”.
La banca non attende nemmeno la conclusione delle indagini: il 7 luglio 2015 lo sospende, e nel settembre 2016 lo licenzia retroattivamente proprio a quella data.
Nessuna tutela, nessun beneficio del dubbio. Nessun rispetto per una carriera costruita con dedizione. Chi fino al giorno prima lo cercava per un consiglio, una parola, una firma, ora lo evita, abbassa lo sguardo, cambia marciapiede. I sorrisi diventano cenni d’imbarazzo, gli abbracci diventano distanze, per farla breve, la
pena viene inflitta prima del processo.
Non è solo il licenziamento. È la distruzione totale: morale, economica, psicologica e familiare.
Sul piano economico, il colpo è letale. Niente più stipendio, nessun risarcimento. Le spese legali si accumulano. Le utenze, le tasse e tutto il resto, se non si vuole perdere la casa, vanno pagate, ma come?
Sul piano morale, la frustrazione cresce ogni giorno. Come spiegare ai figli che il loro padre non è il mostro che dicono? Come guardarli negli occhi quando chi li conosce bisbigliano?
Sul piano psicologico, la solitudine diventa un cappio. Ogni telefonata è un giudizio. Ogni incontro un processo parallelo. Ogni silenzio, un urlo d’accusa.
La sua famiglia viene messa sotto osservazione, una sorta di assedio. Non ci sono sbarre, ma le catene sono reali. Nessuna pietà, nessuna voce fuori dal coro. Solo occhi che giudicano, bocche che accusano, anime che si girano dall’altra parte.
E poi, il 19 settembre 2025, dieci anni e 4 mesi dopo, il Tribunale collegiale di Ragusa, (Presidente Ignaccolo, a latere Rabini e Ghidotti) legge la sentenza che non lascia spazio a dubbi: assoluzione “per non avere commesso il fatto”, per entrambi i reati. Assoluzione per non aver commesso il reato di usura, assoluzione per non aver commesso il reato di estorsione.
Non ci sono prove. Non c’è reato. Non c’è colpa.
Persino il PM, che pur conclude con una richiesta di condanna, lo fa di stile, che ascoltandolo, quasi quasi, sembra più che una requisitoria contro l’imputato, una arringa a suo favore.
C’è solo il nulla, il nulla giudiziario, ma un mare di devastazione lasciato alle spalle.
Ora chi paga?
La giustizia ha assolto, ma chi ripaga?
Chi ridà a quest’uomo gli anni rubati?
Chi risarcisce la moglie per le lacrime versate nel silenzio di una casa che non rideva più?
Chi restituisce ai figli la serenità perduta, le feste di compleanno con pochi amici, le gite scolastiche saltate, gli sguardi taglienti degli altri?
E Unicredit, che lo ha sospeso e licenziato senza attendere il processo? Dove sono oggi i vertici che hanno firmato quella sospensione, che lo hanno scaricato come un pacco scomodo? Eppure i sindacalisti di settore che assistevano il collega, avevano scritto chiaramente che il licenziamento in quel momento era una abuso, un sopruso.
Chi si assume la responsabilità della sua distruzione sociale e professionale?
La domanda che resta è cruda ma necessaria:
Dove sono ora i giustizieri?
Chi lo ha condannato senza conoscere, chi lo ha evitato per quieto vivere, chi lo ha allontanato per non “sporcarsi”, ora dovrebbe spiegare. Perché chi giudica senza sapere, chi taglia ponti per convenienza, diventa complice di un crimine morale più grave di quello di cui era accusato.
In questa vicenda, i ruoli si sono ribaltati. Il “giustiziato” era innocente. I “giustizieri” sono colpevoli di superficialità, codardia, opportunismo.
E allora, ci chiediamo: chi sarà giudicato, adesso?
La giustizia ha parlato. Ma tardi. Troppo tardi.
E nel frattempo, una vita è stata sepolta sotto il peso dell’infamia.
Una famiglia è stata lasciata sola in una tempesta.
Un uomo è stato crocifisso, senza prove, senza appello.
Oggi l’uomo chiede, non solo giustizia, ma risarcimento, verità e responsabilità.
Perché nessuno possa più dire: “se è stato accusato, qualcosa avrà fatto”.
Perché nessuno debba più essere condannato prima del processo e assolto quando è ormai troppo tardi per ricominciare.
Ora Daniele Francione, a 65 anni, non grida vendetta, ma reclama giustizia, quella stessa giustizia, dichiara lo stesso, che grazie al lavoro straordinario e impagabile svolto dal suo avvocato, Daniele Scrofani, coadiuvato da una eccellente giovane collega del suo studio, l’avv. Francesca D’Izzia, è arrivata.
Tardi, troppo tardi, ma è arrivata.