Vittoria. 5 ottobre 2026
C’è un provincialismo che non dipende dalla geografia. E, a volte, si può incontrare proprio nei luoghi che si considerano più lontani dalla provincia.
L’articolo pubblicato sabato sul Foglio a firma di Francesco Palmieri, dedicato all’accoglienza riservata a Sigfrido Ranucci nel territorio ibleo, offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre la cronaca di una giornata.
Palmieri racconta con ironia, e in alcuni passaggi con una evidente sufficienza, il modo in cui la stampa locale ha seguito la presenza di Ranucci in provincia di Ragusa. Il “bagno di folla”, il confronto con il magistrato Bruno Giordano, il pernottamento nella “quiete suggestiva” di Ragusa Ibla, la colazione in piazza Duomo alla caffetteria Biancomangiare, tutto viene ricondotto, con una certa indulgenza sarcastica, a una sorta di meraviglia provinciale davanti all’arrivo dell’ospite illustre.
Persino le fotografie pubblicate sui social diventano materiale utile per costruire questa rappresentazione della provincia che si entusiasma, si stupisce, celebra.
Ma siamo davvero sicuri che il problema sia questo?
Noi pensiamo di no.
Perché i giornalisti che lavorano in provincia hanno fatto semplicemente il loro mestiere, hanno raccontato ciò che accadeva. Hanno seguito un appuntamento pubblico. Hanno registrato la presenza di un giornalista conosciuto dal grande pubblico e di un magistrato della Corte di Cassazione, Bruno Giordano, originario di Vittoria,  “responsabile” di essere sempre in prima linea nella lotta al caporalato e al lavoro in assenza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Hanno raccontato persone, luoghi, incontri e circostanze.
Questa si chiama cronaca.
E non esiste un manuale secondo il quale una notizia, per essere degna di attenzione, debba necessariamente accadere a Roma, Milano o in qualche redazione considerata più autorevole perché collocata nei grandi centri editoriali.
La notizia non diventa più importante o più nobile a seconda della latitudine.
È forse questo il punto che sfugge a chi guarda alla stampa locale con l’atteggiamento di chi osserva un mondo minore.
La stampa locale non è una caricatura della grande stampa nazionale. Non è il luogo dove, per definizione, si coltiva il provincialismo. È un presidio di informazione sul territorio. E spesso è proprio lì, nelle redazioni piccole, dove le risorse sono limitate e i giornalisti devono fare i conti ogni giorno con mille difficoltà, che si misura davvero il senso della responsabilità giornalistica.
Noi conosciamo le persone di cui scriviamo.
Conosciamo i luoghi.
Conosciamo le comunità.
Conosciamo le difficoltà, le contraddizioni, le eccellenze e anche le miserie dei territori che raccontiamo.
E proprio perché viviamo dentro questa realtà, sappiamo quanto sia delicato il mestiere di raccontarla.
Non abbiamo bisogno di trasformare ogni ospite in un monumento. Ma non abbiamo neppure bisogno di fingere che una presenza pubblica non costituisca una notizia solo perché avviene in una provincia siciliana.
Se Ranucci fosse stato accolto a Milano, qualcuno avrebbe raccontato l’evento.
Se fosse stato a Roma, qualcuno avrebbe raccontato l’evento.
Se fosse stato a Palermo, qualcuno avrebbe raccontato l’evento.
È accaduto a Vittoria, a Ragusa, a Ibla e i giornalisti locali lo hanno raccontato.
Dov’è lo scandalo?
Forse il vero provincialismo consiste nel ritenere che ciò che accade in provincia debba essere raccontato con un tono minore, quasi fosse necessario chiedere il permesso alla grande stampa nazionale prima di considerarlo degno di cronaca.
Noi questo modo di pensare non lo condividiamo.
E non lo accettiamo.
Perché la Sicilia non è una periferia culturale dell’Italia, anzi. E la provincia siciliana non è un luogo nel quale il giornalismo debba sentirsi perennemente sotto esame davanti a chi scrive da una redazione nazionale.
Qui esistono giornalisti che ogni giorno fanno il proprio lavoro con serietà, autonomia e sacrificio.
Lo fanno in redazioni spesso piccole.
Lo fanno con risorse limitate.
Lo fanno mantenendo un rapporto diretto e quotidiano con il territorio.
Lo fanno assumendosi la responsabilità di ogni parola pubblicata.
E lo fanno senza avere bisogno di trasformare la propria appartenenza territoriale in una diminuzione professionale.
Per questo, a chi pensa di poter impartire lezioni di giornalismo alla stampa siciliana dall’alto della propria collocazione geografica, vorremmo ricordare una cosa molto semplice.
Anche in provincia si può fare giornalismo.
Si può fare bene.
Si può fare con dignità.
Si può fare con autonomia.
Si può fare senza genuflettersi davanti a nessuno.
E soprattutto si può decidere autonomamente che cosa sia una notizia e che cosa meriti di essere raccontato.
Non abbiamo bisogno di suggeritori.
Non abbiamo bisogno di padrini.
Non abbiamo bisogno di dettami.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci spieghi, da lontano, quanto debba essere importante ciò che accade a casa nostra.
Sappiamo distinguere la cronaca dalla celebrazione.
Sappiamo riconoscere un personaggio pubblico senza trasformarlo in un profeta.
Sappiamo raccontare un evento senza perdere il senso della misura.
Ma rivendichiamo anche il diritto di raccontare ciò che riteniamo rilevante per i nostri lettori, senza dover superare l’esame di ammissione di qualche cattedra del giornalismo nazionale.
Questa è la stampa locale.
Questa è la stampa siciliana.
E forse è proprio qui che sta la differenza: noi non abbiamo bisogno di guardare dall’alto nessuno per sentirci grandi.
Ci basta fare il nostro lavoro.
Con le nostre forze.
Con i nostri errori, quando ci sono.
Con la nostra autonomia.
Con la nostra dignità.
E con la consapevolezza che raccontare un territorio non significa esserne provinciali.
Significa appartenergli abbastanza da conoscerlo e, nello stesso tempo, essere abbastanza liberi da raccontarlo.
A chi pensa che dalla provincia si possa soltanto ricevere lezioni, dunque, rispondiamo con serenità ma senza equivoci: in Sicilia non accettiamo lezioni.
Soprattutto da chi confonde la distanza geografica con la superiorità culturale.
Noi continueremo a raccontare quello che accade.
Continueremo a dare voce alle persone.
Continueremo a raccontare i nostri territori, i loro protagonisti, le loro contraddizioni e le loro storie.
E, soprattutto, senza chiedere il permesso a nessuno per decidere che cosa sia degno di essere raccontato.
Questi siamo noi.
Vi piaccia o no.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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