Vittoria. 28 luglio 2026
Non è stata soltanto una rissa, quella esplosa in piazza Daniele Manin è il simbolo di una città che da tempo denuncia un’emergenza sicurezza e che oggi si sente sempre più abbandonata. Secondo le testimonianze raccolte, oltre cinquanta persone sarebbero state coinvolte negli scontri che hanno trasformato il cuore di Vittoria in un luogo di paura, costringendo perfino i fedeli della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a chiudersi all’interno dell’edificio per mettersi al riparo.
Un episodio gravissimo che segna un prima e un dopo. Perché quando la violenza arriva nel centro cittadino e i cittadini cercano rifugio dentro una chiesa, significa che il senso di sicurezza è stato profondamente compromesso.
La rabbia della città non nasce oggi. È il risultato di anni di segnalazioni, di richieste d’intervento, di allarmi rimasti, secondo amministratori e cittadini, senza risposte adeguate. Ogni nuovo episodio alimenta la convinzione che Vittoria sia stata progressivamente lasciata sola ad affrontare un fenomeno che richiederebbe una presenza più forte dello Stato.
Le parole dell’Assessore Cesare Campailla fotografano questo malessere con estrema chiarezza: «Adesso basta. L’ordine e la sicurezza pubblica sono competenza dello Stato. I sindaci non hanno poteri in merito. Che fine hanno fatto le promesse del Governo nazionale sulle assunzioni degli agenti di polizia municipale? Sul potenziamento degli organici di polizia e carabinieri? Governo nazionale, se ci sei batti un colpo».
Parole dure, che chiamano direttamente in causa il Governo e pongono una domanda alla quale, fino a questo momento, molti cittadini ritengono di non aver ricevuto una risposta convincente. Perché la sicurezza non può essere demandata esclusivamente agli enti locali quando le competenze e gli strumenti appartengono in larga parte allo Stato.
Nelle strade di Vittoria cresce un sentimento pericoloso: quello dell’esasperazione. La paura, quando si prolunga nel tempo, rischia di trasformarsi in sfiducia verso le istituzioni. E quando i cittadini arrivano a pensare di non essere più protetti, il rapporto di fiducia tra Stato e comunità si incrina.
Vittoria non può e non deve essere raccontata come una città razzista. Sarebbe una lettura semplicistica e ingiusta. Il problema non è l’origine delle persone, ma l’illegalità. È la presenza di chi vive ai margini delle regole, di chi usa la violenza come linguaggio e mette in discussione la convivenza civile. Confondere questi fenomeni con intere comunità significherebbe alimentare divisioni anziché affrontare le vere cause del degrado.
Molti ricordano il 1983, quando migliaia di vittoriesi scesero in piazza per ribellarsi al potere mafioso. Oggi il contesto è diverso, ma il bisogno di una risposta collettiva appare altrettanto forte. Il Sindaco Francesco Aiello ha annunciato l’intenzione di chiamare la città alla mobilitazione civile. Un segnale che racconta quanto profondo sia il disagio di una comunità che non vuole rassegnarsi.
Le forze dell’ordine continuano a svolgere il loro lavoro con impegno e professionalità, spesso in condizioni difficili e con organici limitati. È importante distinguere il loro operato dalle responsabilità di chi è chiamato a programmare risorse, rafforzare gli organici e definire le politiche di sicurezza. Gli uomini e le donne in divisa rappresentano lo Stato sul territorio, ma senza strumenti adeguati nessun presidio può essere realmente efficace.
La domanda che oggi sale da Vittoria non è una richiesta di privilegi. È la richiesta di un diritto fondamentale: poter vivere la propria città senza paura. Lo Stato non può limitarsi ad intervenire quando l’emergenza esplode. Deve prevenire, presidiare, ascoltare.
Perché una città che si sente abbandonata rischia di perdere la fiducia nelle istituzioni. E quando accade questo, la sconfitta non è soltanto di Vittoria. È dello Stato stesso.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com