Vittoria. 02.05.2026
Il Primo Maggio, come ogni anno, è stato accompagnato da piazze piene, comizi accesi e parole forti. I rappresentanti delle principali sigle sindacali hanno denunciato con decisione le condizioni in cui troppi lavoratori sono costretti a operare: precarietà, sfruttamento e, soprattutto, carenza di sicurezza. Non si tratta più soltanto di rivendicazioni salariali o contrattuali, ma di una questione che riguarda la dignità e la vita stessa delle persone.
Negli interventi pubblici, il tono è stato inequivocabile, chi non garantisce condizioni di lavoro sicure deve essere punito in modo severo. In alcuni casi si è arrivati a proporre l’introduzione del reato di “omicidio sul lavoro”, un’espressione forte che riflette un sentimento diffuso di esasperazione. Dietro queste parole c’è una realtà difficile da ignorare, gli incidenti mortali nei cantieri, nelle fabbriche e nei campi continuano a verificarsi con una frequenza allarmante.
Su questo tema si distingue da tempo la voce di Bruno Giordano, Magistrato della Corte di Cassazione, che ha coniato il termine “operaicidio” per descrivere una tragedia sistemica, non episodica. La sua riflessione va oltre la cronaca, punta il dito contro un modello produttivo che troppo spesso considera la sicurezza un costo da ridurre anziché un diritto da garantire. La sua breve esperienza alla guida dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, interrotta proprio mentre cercava di rafforzare i controlli, solleva interrogativi inquietanti sulla reale volontà di cambiamento.
Il punto centrale resta uno: esiste davvero, in Italia, una volontà concreta di tutelare i lavoratori? Oppure ci si limita a indignarsi dopo ogni tragedia, trasformando il dolore in rituale pubblico senza incidere sulle cause profonde? Le morti sul lavoro non possono essere archiviate come fatalità. Sono, nella maggior parte dei casi, il risultato di omissioni, negligenze e controlli insufficienti.
Se il Primo Maggio deve avere ancora un significato autentico, non può ridursi a una celebrazione simbolica. Deve diventare un momento di responsabilità collettiva, in cui istituzioni, imprese e società civile si impegnano a trasformare le parole in azioni concrete. Perché ogni lavoratore che esce di casa per guadagnarsi da vivere ha il diritto di farvi ritorno. E uno Stato che non garantisce questo diritto fondamentale rischia di perdere credibilità, oltre che umanità.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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