Vittoria. 26.00.2026

Quando il rumore diventa più forte dei fatti
di [Giovanni Di Gennaro] – Direttore responsabile di Italreport

Ci sono momenti nei quali il giornalismo dovrebbe fare una cosa molto semplice: fermarsi, osservare i fatti, verificarli e raccontarli. Senza tifoserie, senza pregiudizi, senza processi sommari.
È quello che ho cercato di fare anche questa volta, davanti a una vicenda che riguarda due amministratori della città di Vittoria, il Sindaco Francesco Aiello e l’Assessore Cesare Campailla.
Nei giorni scorsi, sui social, sono comparsi video contenenti pesanti minacce nei confronti dei due amministratori. Nei filmati sono comparsi anche immagini di armi e minacce di morte. La vicenda è stata denunciata e la Polizia di Stato ha effettuato una perquisizione nell’abitazione della persona ritenuta autrice dei video. L’esito dell’attività investigativa, per quanto mi consta, non è stato reso pubblico.
Su quei contenuti, però, ho visto e letto molto poco di quella che dovrebbe essere una reazione normale davanti a minacce rivolte a rappresentanti delle istituzioni.
E questo, indipendentemente da chi siano Francesco Aiello e Cesare Campailla, dalle simpatie o dalle antipatie politiche che ciascuno può legittimamente avere.
Gli amministratori pubblici possono essere criticati, contestati, messi davanti alle proprie responsabilità politiche e amministrative. È il sale della democrazia. Ma una cosa è la critica, anche aspra; altra cosa sono le minacce.
E quando una minaccia di morte viene rivolta a una persona, il problema non è più soltanto politico, diventa un problema che riguarda tutti.
Giovedì scorso, mentre mi trovavo a cena con alcuni amici, ho ricevuto una telefonata dall’Assessore Cesare Campailla.
Mi ha riferito, testualmente, che pochi minuti prima aveva udito quelli che gli erano sembrati tre colpi di arma da fuoco provenienti da un mezzo in movimento, che non era riuscito a identificare con certezza.
La sua preoccupazione era comprensibile. Poche ore prima, infatti, era stato destinatario, insieme al Sindaco, di minacce molto gravi pubblicate sui social.
Gli ho chiesto se fosse uscito per verificare personalmente l’eventuale presenza di bossoli davanti alla propria abitazione o fori sul muro di casa. Mi ha risposto di no, perché aveva paura di uscire.
Nel frattempo, mi ha riferito di avere già avvertito la Polizia, che poco dopo è arrivata sul posto.
Anch’io ho contattato le forze dell’ordine.
Ma, prima ancora, ho fatto quello che una mia vecchia e, forse, inguaribile deformazione professionale mi porta talvolta a fare – ho cercato di verificare quanto mi era stato riferito, e non perché non credessi al racconto di Campailla.
Ho contattato alcune persone che conosco e che abitano nelle vicinanze dell’abitazione dell’Assessore.
Le loro testimonianze, per quanto naturalmente non possano sostituire gli accertamenti degli investigatori, riferivano di avere sentito tre colpi ravvicinati provenienti, secondo la loro percezione, da un’autovettura scura e di grossa cilindrata che sarebbe transitata a forte velocità.
Una delle persone con cui ho parlato mi ha riferito anche di avere percepito, dopo i rumori, un forte odore che ha associato alla polvere da sparo.
Altri residenti hanno riferito circostanze analoghe.
A quel punto ho pubblicato poche righe, precisando che si trattava di una notizia in aggiornamento e che si era in attesa delle verifiche degli inquirenti.
Non ho scritto che ci fosse stata una sparatoria.
Non ho indicato un colpevole.
Non ho stabilito una verità giudiziaria.
Ho semplicemente raccontato ciò che mi era stato riferito, precisando che erano in corso accertamenti.
Da quel momento, sui social, si è scatenata una reazione che, a mio avviso, merita una riflessione.
L’Assessore Campailla è stato accusato di avere costruito una storia, di avere cercato visibilità, di avere utilizzato l’episodio per ottenere un vantaggio politico.
Sono state formulate accuse e insinuazioni mentre, per quanto mi consta, gli accertamenti degli organi competenti erano ancora in corso.
Mi chiedo: da quando in qua una persona che riferisce di avere sentito possibili colpi d’arma da fuoco nei pressi della propria abitazione, dopo avere ricevuto minacce di morte, diventa automaticamente il protagonista di una messinscena?
Se Campailla ha chiamato la Polizia, ha fatto quello che, in una situazione del genere, era ragionevole fare.
Se ha denunciato le minacce ricevute, ha fatto quello che doveva fare.
Se era preoccupato, aveva ogni diritto di esserlo.
Sarà la Polizia, saranno gli investigatori, sarà eventualmente la magistratura a stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Non Facebook. Non i social. Non le tifoserie. Non i tuttologi.
C’è poi un altro aspetto che mi riguarda direttamente.
Nelle ore successive sono arrivate anche le lezioni di giornalismo.
C’è chi ha stabilito come si sarebbe dovuto scrivere, cosa si sarebbe dovuto scrivere e, soprattutto, cosa non si sarebbe dovuto scrivere.
Lezioni impartite con la sicurezza di chi sembra possedere una verità assoluta.
A costoro vorrei ricordare semplicemente una cosa.
Faccio questo mestiere da molti anni. (1978) Sono iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1981, insieme al compianto collega Gianni Molè.
In tanti anni ho raccontato cronaca, morti ammazzati,amministrazioni, partiti, uomini e donne della politica di ogni schieramento.
E non ho mai pensato che il compito di un giornalista fosse quello di difendere un politico o di attaccarne un altro.
Il compito è un altro: raccontare i fatti, verificare le notizie, dare voce alle parti interessate e distinguere ciò che è accertato da ciò che deve ancora essere verificato.
È una regola semplice.
E dovrebbe valere sempre.
Sia chiaro, dunque, questo editoriale non nasce per difendere Cesare Campailla.
Non nasce per difendere Francesco Aiello.
Non nasce per difendere alcun amministratore, di destra, di sinistra o di centro.
Non ho bisogno di farlo.
E non mi interessa farlo.
Se un amministratore sbaglia, va detto.
Se un amministratore opera bene, va riconosciuto.
Se un politico deve essere criticato, deve essere criticato.
Ma sempre sulla base dei fatti.
Perché chi possiede uno strumento di informazione ha una responsabilità che va ben oltre la propria opinione personale.
Ha il dovere civile e professionale di essere corretto e imparziale.
Almeno questo è ciò in cui ho creduto per tutta la mia vita professionale e continuo a credere.
Resta, tuttavia, una domanda alla quale non riesco a dare una risposta.
Perché davanti alle minacce di morte rivolte a due amministratori della città non ho visto la stessa indignazione che, invece, si è manifestata quando è stata diffusa la notizia dei presunti colpi di arma da fuoco?
Perché contro chi avrebbe minacciato sono state spese così poche parole e contro chi ha denunciato la propria paura ne sono state spese così tante?
Non ho una risposta certa.
Ho soltanto una mia opinione, e come tale la consegno ai lettori.
Credo che, qualche volta, il coraggio e la vigliaccheria non si manifestino soltanto nelle grandi occasioni.
Si manifestano anche nelle scelte quotidiane, nel decidere quando parlare, quando tacere, chi difendere, chi attaccare e, soprattutto, davanti a chi avere il coraggio di prendere posizione.
Questa non è una sentenza.
È una riflessione.
E ciascuno, naturalmente, è libero di trarne le conclusioni che ritiene.
Una cosa, però, dovrebbe essere patrimonio comune, davanti alle minacce, soprattutto quando coinvolgono persone che rappresentano le istituzioni, non dovrebbero esistere appartenenze politiche.
Dovrebbe esistere soltanto la condanna di ogni forma di intimidazione e la fiducia nel lavoro di chi è chiamato ad accertare i fatti.
Il resto può attendere.
Buona vita a tutti.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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