Vittoria. 23.01.2026
C’è un punto, nel lavoro giornalistico, in cui non è più solo la notizia a contare, ma ciò che quella notizia produce, o non produce, nelle coscienze e nelle istituzioni chiamate a vigilare.
L’ultima inchiesta del collega Giuseppe Bascietto, già autore di libri sulla mafia, giornalista vittoriese che da anni vive fuori dalla Sicilia, descrive uno scenario inquietante che va avanti da tempo a puntate, una minaccia concreta, non episodica, non emotiva, ma strutturata. Una valutazione fredda, come lui stesso la definisce, che avrebbe superato la soglia dell’ipotesi per entrare in quella dell’opzione praticabile. Droga che invade il territorio, alleanze tra elementi di varie nazionalità che si dividono compiti e utili. Armi disponibili, territori individuati, silenzi organizzati. E tanti nomi, ultimo in ordine di tempo: Araku Elton, indicato come possibile obiettivo.
Non siamo davanti a un post social, né a un’allusione generica. Siamo di fronte a un racconto dettagliato, coerente, scritto con il linguaggio di chi conosce i meccanismi del potere criminale e sa distinguere tra allarme e analisi. Proprio per questo, la domanda sorge spontanea, e dovrebbe sorgere soprattutto a chi, per ruolo e funzione, è chiamato a prevenire, indagare, proteggere.
È possibile che tutto questo non susciti alcun interesse ufficiale?
È possibile che nessuno, tra forze investigative, magistratura, DDA, DIA, senta il bisogno di chiedere al collega Bascietto quali siano le sue fonti confidenziali, da dove nascano valutazioni così precise, quale livello di attendibilità esse abbiano? Non per delegittimare, ma per verificare. Io, che da anni giornalisticamente mi occupo di criminalità e mafia, mi pongo tante domande. Quindi nessuno ipotizzi che voglia censurare, anzi, ma è solo per capire. Perché quando un giornalista parla di Kalashnikov, di armi con matricola abrasa, di aree precise del territorio e di decisioni già maturate, scrivendo nomi e cognomi, il tema non è più la libertà di stampa, o la follia di un professionista che vuole mettere a repentaglio la sua incolumità, ma è la sicurezza pubblica.
Il giornalismo d’inchiesta non sostituisce le indagini giudiziarie, ma molto spesso le anticipa. Questo accade sempre più frequentemente. Storicamente, troppe volte in questo Paese si è scelto di minimizzare, di archiviare come “narrazione”, ciò che poi si è rivelato drammaticamente reale. E ogni volta il conto è stato pagato da chi era più esposto, più solo, più “normale”.
La domanda, allora, è semplice e viene posta con garbo ma con fermezza:
le istituzioni ritengono irrilevante ciò che viene scritto, o ritengono irrilevante il rischio che venga scritto troppo tardi?
Chiedere a un giornalista quali siano le sue fonti nei limiti consentiti dalla legge, non è una violazione. È un atto di responsabilità, soprattutto quando il contenuto delle sue inchieste parla di vite potenzialmente in pericolo. Ignorare, invece, significa accettare che il silenzio continui a essere il terreno più fertile per chi prospera nell’ombra.
E in territori come Vittoria, lo so io e lo sappiamo bene tutti, il silenzio non è mai neutro.