INTERVISTA AD ANTONIO PRELATI DEL COMITATO PRO AEROPORTO DI COMISO.

Vittoria. 02.10.2026
“Se Catania chiude, Comiso deve diventare la vera alternativa.
Sei milioni? No: la questione è molto più grande”. Così tuona Antonio Prelati, componente del Comitato più agguerrito perché l’aeroporto di Comiso non sia considerato una “ruota di scorta” ma abbia una propria identità e dignità.
“Le eruzioni dell’Etna non si possono programmare. La cenere vulcanica può modificare rapidamente le condizioni operative e costringere alla limitazione o alla chiusura dello spazio aereo. È una realtà con la quale la Sicilia orientale deve necessariamente imparare a convivere.
La domanda, allora, non è se l’aeroporto di Catania possa essere chiuso durante un’emergenza.
La domanda è: cosa succede alla Sicilia orientale quando Catania chiude?
Ed è su questo punto che si apre una discussione che non riguarda soltanto un aeroporto, ma il turismo, l’economia, il diritto alla mobilità e la credibilità stessa di un sistema aeroportuale”.
Secondo una stima diffusa dal Centro Ricerche Consumatori, le conseguenze economiche delle chiusure aeroportuali dell’estate 2026 ammonterebbero a circa 600 milioni di euro, pari, secondo la stessa analisi, al 9% dei 6,6 miliardi di fatturato turistico siciliano indicati dalla ricerca.
La stessa organizzazione parla inoltre di almeno due milioni di giornate turistiche perse, di circa 500.000 passeggeri coinvolti e di circa 3.000 voli cancellati o dirottati. “Questi sono i numeri” prosegue Prelati “anche se sono numeri
che, prima di essere assunti come dati ufficiali, dovranno essere verificati e confrontati con le statistiche degli enti competenti. Ma anche prescindendo dalla cifra finale, il problema rimane evidente: ogni volta che Catania entra in crisi, l’intero sistema della Sicilia orientale rischia di entrare in crisi con Catania.
Il punto non è l’eruzione. È la preparazione all’emergenza.
L’Etna non è una sorpresa.
Non perché sia possibile prevedere con precisione quando avverrà la prossima eruzione, ma perché il rischio vulcanico fa parte strutturalmente del territorio.
L’INGV monitora costantemente l’Etna e le sue attività possono evolvere rapidamente; proprio la gestione della cenere vulcanica è oggi al centro del rafforzamento della collaborazione tra INGV ed ENAC.
ENAC, durante l’emergenza di agosto, ha spiegato che le decisioni operative dipendono dall’evoluzione dell’attività vulcanica e dalla direzione dei venti e che la presenza di cenere può determinare limitazioni significative fino alla chiusura dello spazio aereo.
Quindi l’eruzione può essere imprevedibile.
La risposta all’eruzione, invece, non può esserlo.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi strategia”.
Sciolta e disinvolta l’analisi di Prelati, che insieme agli altri componenti del Comitato, sembrano decisi a tutto.
“La Sicilia orientale dispone già di un secondo aeroporto: Comiso”. Ribadisce Prelati.
“Non stiamo parlando di costruire da zero una nuova infrastruttura. Lo scalo esiste, è operativo e negli ultimi mesi la stessa Regione ha annunciato investimenti per aumentarne capacità e operatività. Da ottobre 2026 sono inoltre previsti otto nuovi voli settimanali per un anno, con collegamenti per Pisa, Napoli, Venezia e Malta.
Ma proprio qui emerge la contraddizione.
Ad agosto, la Regione ha sostenuto che Comiso, pur essendo geograficamente lo scalo più vicino, non fosse in grado di assorbire il traffico di Catania in caso di emergenza, indicando in sei le piazzole di sosta disponibili per gli aeromobili. Nella stessa comunicazione, però, la Regione ha riconosciuto la necessità di investire per aumentare capacità e operatività dello scalo. 
Ed è questa la domanda che oggi deve essere posta agli addetti ai lavori:
se sappiamo che Catania può essere periodicamente condizionata dall’attività dell’Etna, perché non predisporre strutturalmente Comiso affinché possa diventare un vero aeroporto di emergenza?
Non necessariamente sostituire Catania,
ma affiancarla.
La proposta è concreta, aumentare rapidamente gli stalli disponibili a Comiso, con l’obiettivo indicato di arrivare ad almeno dieci piazzole prima di Natale, verificando nel frattempo tutti gli altri requisiti necessari per gestire un aumento significativo del traffico.
E qui entra in gioco anche il tema del carburante.
Non basta avere una pista.
Non basta avere un piazzale 8n più.
Non basta poter fare atterrare un aereo.
Servono carburante, handling, personale, autobus, assistenza ai passeggeri, servizi di sicurezza, capacità di parcheggio, collegamenti terrestri e procedure già concordate con compagnie aeree, ENAC, gestore aeroportuale e istituzioni. Serve soprattutto la volontà.
Un aeroporto alternativo deve essere un aeroporto realmente pronto all’emergenza.
La proposta è quindi quella di attivare da subito una procedura permanente di emergenza Catania-Comiso.
Quando l’attività dell’Etna supera determinate soglie operative e Catania subisce limitazioni, non si dovrebbe ricominciare ogni volta da zero.
Dovrebbe scattare un protocollo già definito:
disponibilità immediata delle piazzole di Comiso;
capacità aggiuntiva di rifornimento carburante;
personale e mezzi di handling già individuati;
autobus e collegamenti ferroviari predisposti;
procedure di trasferimento passeggeri già concordate;
sistemi informativi comuni;
coordinamento immediato tra SAC, ENAC, compagnie aeree, Regione e Protezione civile;
accordi preventivi con i vettori per utilizzare Comiso come prima alternativa possibile quando le condizioni operative lo consentono. Tutto ciò non è un’idea estranea a ciò che già accade.
Durante le emergenze del 2026 la Regione ha attivato trasferimenti da Comiso e dagli altri aeroporti siciliani e ha organizzato collegamenti straordinari.
Il passo successivo dovrebbe essere trasformare queste soluzioni emergenziali in un sistema strutturale e preordinato.
C’è poi un altro tema decisivo.
Bisogna sedersi al tavolo con le compagnie aeree.
Non quando Catania è già chiusa, ma prima.
Bisogna concordare condizioni operative precise affinché, quando sicurezza e regolamenti lo permettono, Comiso possa essere considerato prioritariamente come scalo alternativo per la Sicilia orientale.
Questo non significa chiedere ai vettori di volare in condizioni non sicure.
Al contrario.
Significa costruire una procedura che entri in funzione quando ENAC, autorità competenti e condizioni operative lo consentono.
La sicurezza dei voli rimane ovviamente il criterio imprescindibile. ENAC ha infatti ribadito che la gestione dell’emergenza deve essere determinata dall’evoluzione del fenomeno vulcanico e dalla situazione dello spazio aereo. 
C’è un altro aspetto che non può essere trascurato.
Quando un volo viene cancellato o dirottato, il passeggero non può diventare il coordinatore dell’emergenza.
Deve sapere dove atterrerà,
come raggiungerà la destinazione;
chi lo accompagnerà;
dove trovare informazioni;
quali sono i suoi diritti;
chi deve assisterlo.
ENAC ha ricordato che la responsabilità di informare e riproteggere i passeggeri resta in capo ai vettori, con il supporto dei gestori aeroportuali.
La Regione, dal canto suo, ha messo in campo autobus e treni straordinari, anche nelle emergenze più recenti. 
Ma l’obiettivo dovrebbe essere andare oltre la gestione dell’emergenza già esplosa.
Bisogna prepararsi prima.
Sul tavolo c’è infine anche la questione della governance di SAC.
La vicenda della sostituzione di Francesca Garigliano nel CdA merita chiarezza istituzionale: Garigliano è componente del CdA SAC e il 24 settembre 2026 è stata nominata dalla Regione Assessore alla Funzione pubblica, lasciando quindi vacante il posto nel consiglio di amministrazione.
Sul successore sono state espresse contestazioni pubbliche circa il ruolo del commissario straordinario della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, Antonio Belcuore, e sulle modalità con cui dovrebbe essere individuato il nuovo componente. La questione è stata riportata anche dalla stampa locale, ma le contestazioni sulla legittimità della procedura vanno distinte dai fatti formalmente documentati e, se necessario, verificate attraverso gli atti societari e camerali.
È proprio per questo che la richiesta più semplice è anche la più importante,
trasparenza sugli atti, sulle competenze e sulle procedure.
Perché mentre si discute di governance, privatizzazione e nomine, la Sicilia orientale ha bisogno di sapere chi decide, chi è responsabile e quale piano esiste per la prossima emergenza.
Alla fine, la questione non è scegliere tra Catania e Comiso.
È capire se la Sicilia vuole avere un sistema aeroportuale integrato, nel quale un aeroporto possa sostenere l’altro quando una calamità naturale ne limita l’operatività, quando c’è una emergenza.
Catania deve continuare a essere il grande aeroporto della Sicilia orientale.
Ma Comiso deve poter essere una vera infrastruttura di sicurezza e resilienza territoriale.
Perché se l’Etna continuerà a imporre, inevitabilmente, momenti di limitazione dell’attività aeroportuale, ogni volta non possiamo scoprire da capo cosa fare.
L’eruzione può essere imprevedibile.
Il piano di emergenza no.
E la domanda che oggi va rivolta alla politica, alla SAC, alla Camera di Commercio, alle compagnie aeree e a tutte le istituzioni coinvolte è molto semplice –
Comiso sarà finalmente messo nelle condizioni di essere una vera alternativa a Catania, oppure continueremo ad aspettare la prossima eruzione per cominciare a discutere”.
Un fiume in piena Antonio Prelati, che chiarisce di avere espresso con chiarezza e senza giri di parole, l’insostenibile situazione attuale e le misure da adottare.
A questo punto non rimane che auspicare che chi vuol capire capisca.

Di Giovanni Di Gennaro

Nato a Vittoria il 14 giugno 1952; completati gli studi superiori presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, negli anni 70, anni in cui erano in servizio, docenti quali: Bufalino, Arena, Frasca, Traina e tanti altri nomi di prestigio, si iscrive a Roma presso la Facoltà di Psicologia. Non completa gli studi universitari e non consegue il diploma di laurea, in quanto nel 1973, viene assunto presso la ex Cassa Centrale di Risparmio V.E. Da sempre si considera più sindacalista che bancario, infatti, già nel 1975, diventa dirigente sindacale. Allo stato attuale, è Segretario Provinciale della FABI, il Sindacato più rappresentativo di categoria, e, inoltre, è componente del Dipartimento Comunicazione e Immagine del Sindacato, che pubblica un mensile: La Voce dei bancari. (150.000 copie al mese). Nel 1978, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia, per cui lavora fino al 1994. Si iscrive all'Ordine dei Giornalisti nel gennaio del 1981. Per oltre 20 anni, collabora con Radio-Video-Mediterraneo e con altre emittenti locali, regionali e nazionali. Dal 1996 ad oggi, collabora con La Sicilia. Dal 1997 al 2004 è corrispondente Ansa da Vittoria , Ragusa e provincia.  Direttore Responsabile di periodici, ultimo in ordine di tempo: Il Mantello di Martino, molti lo considerano "specialista" di cronaca nera.  Sempre attento alle vicende politiche, economiche, giudiziarie, riesce ad essere un attento osservatore e un apprezzato cronista.

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