Vittoria. 27.09.2026
Ranucci a Vittoria, il trapezista sul filo: «La verità ha sempre un prezzo».
Circa ottocento persone alla Villa comunale per Sigfrido Ranucci. Il giornalista di Report ha presentato “Diario di un trapezista” insieme al magistrato Bruno Giordano. Una serata che è diventata una riflessione sul giornalismo, sul potere, sul lavoro e sulla libertà di raccontare ciò che spesso qualcuno preferirebbe non fosse raccontato.
C’erano le nuvole, il vento e qualche capriccio del tempo. Ma alla fine, alla Villa comunale di Vittoria, ad avere la meglio è stata la voglia di ascoltare.
Le persone hanno atteso Sigfrido Ranucci, arrivato in città per presentare Diario di un trapezista, lo spettacolo nel quale il giornalista racconta il lato più personale e meno conosciuto della sua lunga esperienza professionale. L’appuntamento, organizzato dal Comune su proposta della Scuola dei Beni Comuni, era stato preceduto dal passaggio a Palazzo Iacono, sede del Comune. A dialogare con Ranucci è stato Bruno Giordano, Magistrato, consigliere della Corte di Cassazione e, in passato, Direttore generale dell’Ispettorato nazionale del lavoro.
Sarebbe stato difficile immaginare due interlocutori più coerenti con il tema della serata.
Il titolo dello spettacolo non è soltanto una metafora teatrale.
Il trapezista è colui che vive in equilibrio. Sa che basta un errore, una scelta sbagliata o anche una scelta non compiuta per cambiare la direzione della propria vita. È esattamente il mondo che Ranucci racconta nel suo spettacolo: quello delle decisioni prese in pochi secondi, degli incontri casuali diventati determinanti, dei rischi affrontati per arrivare a una notizia e delle persone incontrate lungo il cammino.
Lo stesso Ranucci ha spiegato che Diario di un trapezista racconta un Sigfrido parallelo a quello che il pubblico conosce attraverso le inchieste televisive, un giornalista costretto spesso a scegliere, assumendosi il rischio delle conseguenze.
E allora il trapezio diventa una potente immagine del giornalismo d’inchiesta.
Perché stare sul filo significa anche sapere che sotto non c’è sempre una rete.
Significa andare a cercare le storie dove altri non guardano. Significa entrare nelle contraddizioni del potere, occuparsi di sfruttamento, migrazioni, disuguaglianze, lavoro e diritti. Sono proprio questi alcuni dei temi al centro dell’incontro vittoriese.
Ranucci non ha mai costruito la propria immagine sul consenso unanime.
Il suo giornalismo nasce dalla convinzione che una trasmissione d’inchiesta debba porre domande, anche quando quelle domande diventano scomode.
E Report, negli anni, è diventato uno dei luoghi più riconoscibili del giornalismo investigativo della Rai.
Oggi, però, attorno a Ranucci e al futuro di Report si è aperto un confronto particolarmente delicato. Nell’agosto scorso il giornalista aveva denunciato pubblicamente l’ipotesi di un suo allontanamento dalla trasmissione, mentre la Rai valutava una possibile ricollocazione professionale. Ranucci aveva dichiarato di non voler accettare un semplice trasferimento e aveva contestato duramente l’idea di essere allontanato dal programma. “Stanno uccidendo Report, non accetterò altri ruoli”.ha dichiarato Ranucci a Sky.
È in questo contesto che la parola “blocco” assume, per chi osserva la vicenda, un significato che va oltre la semplice programmazione televisiva.
La domanda diventa un’altra: che spazio rimane per un giornalismo capace di disturbare, interrogare e mettere in discussione le versioni ufficiali?
Non è una domanda soltanto per la Rai.
È una domanda che riguarda la qualità democratica dell’informazione, oggi più che mai, spesso condizionata da interlocutori inopportuni.
La presenza di Bruno Giordano accanto a Ranucci non è stata soltanto un dettaglio organizzativo.
Giordano, vittoriese, ha dedicato e continua a dedicare una parte significativa della propria attività professionale al tema della sicurezza e della tutela dei lavoratori. È stato Direttore generale dell’Ispettorato nazionale del lavoro dal 2021 al dicembre 2022 e ha lavorato anche come consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali.
La sua esperienza si intreccia dunque con uno dei temi più importanti affrontati da Ranucci, quello di chi lavora senza avere sempre la forza contrattuale necessaria per difendersi.
La vicenda della direzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro è stata, a suo tempo, oggetto di un ampio dibattito. La stampa riportò la sostituzione di Giordano con Paolo Pennesi all’inizio del governo Meloni.
“Ci vogliono mille ispettori” aveva dichiarato Giordano”.
Oggi l’INL continua a essere una struttura centrale nella vigilanza sul lavoro e sulla sicurezza, con una nuova organizzazione adottata successivamente, ma con pochissime unità nella pianta organica.
È forse questo il vero significato della serata di Vittoria.
Ranucci non è arrivato per raccontare soltanto la propria carriera. È arrivato per parlare di un mondo nel quale le disuguaglianze non sono un concetto astratto.
Sono nei campi, nelle campagne, nei luoghi di lavoro, nei fenomeni migratori, nelle periferie sociali. Sono dentro le storie delle persone che spesso non hanno né voce né strumenti per farsi ascoltare.
Ed è proprio per questo che Diario di un trapezista supera il semplice racconto autobiografico.
Il trapezista non è soltanto Ranucci.
È il lavoratore che ogni giorno rischia di cadere.
È il migrante che attraversa un confine senza sapere cosa troverà dall’altra parte.
È chi denuncia un’ingiustizia sapendo che potrebbe pagarne il prezzo.
È anche il giornalista che decide di attraversare il filo, sapendo che qualcuno, dall’altra parte, potrebbe non gradire ciò che troverà.
Alla fine, più delle polemiche, rimane quella villa piena in una città difficile, come il titolo del libro che il Sindaco di Vittoria ha scritto qualche anno fa e che ha donato ieri sera ai due protagonisti della serata.
Circa ottocento persone, nonostante il tempo incerto, hanno scelto di esserci.
È un dato che dice qualcosa della fame di confronto che esiste ancora nelle comunità.
Ranucci ha parlato. Giordano lo ha interrogato. E Vittoria ha ascoltato.
Forse è proprio questa la funzione più importante di una serata del genere, non consegnare al pubblico una verità già confezionata, ma costringerlo a farsi delle domande.
Perché il trapezista, in fondo, non è colui che non ha paura di cadere.
È colui che continua ad attraversare il filo nonostante sappia che può cadere.
E in tempi nei quali il futuro di Report e dello stesso Ranucci è al centro di un confronto con la Rai, quella metafora appare più attuale che mai.
Il filo, adesso, è ancora più sottile.
E sotto, ancora una volta, non sembra esserci una rete.
A conclusione della serata, tra me e me, mi sono detto: “siamo tanti i giornalisti, ma quasi nessuno è trapezista”.
Grazie Sigfrido e Bruno per averci donato questa serata straordinaria.
